ISSN 2039-1676

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7 maggio 2019 |

Non solo proporzione della pena: la Corte Edu ancora sul bis in idem

C. Edu, sez. II, sent. 16 aprile 2019, Bjarni Armannsson c. Islanda

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1.Con la sentenza che qui si segnala, la Corte europea dei diritti dell’uomo torna ad occuparsi del tema – quanto mai controverso, nonostante gli ormai plurimi interventi sovranazionali[1]ed interni[2]– del ne bis in idem. Lo fa con una pronuncia di condanna che, seppur non particolarmente innovativa nei suoi contenuti, contribuisce in qualche modo a precisare i contorni di un diritto – quello garantito dall’art. 4 Prot. 7 Cedu – la cui fisionomia appare tuttora sfuggente. 

In particolar modo, la Corte Edu richiama nuovamente l’attenzione su criteri diversi da quello– pure centrale – della proporzione della pena complessivamente inflitta e, segnatamente: a) sul coordinamento temporale fra i due procedimenti aventi natura sostanzialmente penale (connection in time); b) sull’autonomia nella raccolta e nella valutazione del compendio probatorio (connection in substance). 

 

2. Procediamo con ordine. 

La fattispecie concreta da cui trae origine la pronuncia vedeva il ricorrente – ex amministratore delegato di una delle più importanti banche islandesi – fronteggiare, dapprima, un procedimento amministrativo concernente l’omessa dichiarazione dei profitti derivanti dalla vendita delle azioni ricevute al termine del suo incarico. Il procedimento di fronte all’amministrazione finanziaria – iniziato nell’agosto del 2009 – si era concluso nel maggio del 2012 ed aveva comportato l’inflizione di una sovrattassa pari a 25% dei tributi evasi; la relativa pronuncia, non essendo stata impugnata, era divenuta definitiva nell’agosto del medesimo anno. 

Nel marzo del 2012, l’amministrazione finanziaria aveva segnalato alla Procura specializzata in frodi fiscali la vicenda in corso, dando inizio ad un ulteriore procedimento,questa volta penale, che si concludeva – dopo due gradi di giudizio – nel maggio del 2014, con una sentenza di condanna da parte della Corte suprema. Merita sottolineare che i giudici islandesi, nell’inflizione della pena, tenevano conto tanto della lunghezza complessiva del procedimento, quanto della sovrattassa già inflitta dall’amministrazione finanziaria. 

Il condannato si rivolgeva allora alla Corte Edu, lamentando una violazione del suo diritto a non essere giudicato e punito due volte, garantito dall’art. 4 Prot. 7 Cedu. 

 

3. La Corte di Strasburgo ritiene – come anticipato – che nel caso di specie sussista una violazione del diritto al ne bis in idem dell’imputato. Per giungere a questa conclusione, i giudici di Strasburgo percorrono un preciso iter argomentativo; si chiedono, in particolar modo: a) se entrambe le sanzioni inflitte abbiano una natura sostanzialmente penaleb) se entrambi i procedimenti abbiano avuto ad oggetto il medesimo fatto, considerato nella sua dimensione storico-fattuale; c)se almeno uno dei procedimenti sia stato definito con una sentenza irrevocabile; d) se i due procedimenti presentino o meno il requisito – introdotto dalla Grande camera nella sentenza A. e B. c. Norvegia– della ‘sufficiently close connection in substance and in time’. 

4.requisiti sub a) b) – natura sostanzialmente penale delle sanzioni inflitte e sussistenza di un idem factum – sono dalla Corte ritenuti certamente sussistenti, anche perché pacifici fra le parti. 

Trascurabile è, poi, il riferimento che i giudici di Strasburgo fanno alla sussistenza o meno di una final decision (sub c), un chiaro retaggio dell’orientamento precedente a quello affermato dalla Grande camera nella sentenza A. e B. Tale elemento, su cui pure alcune sentenze si sono appuntate, è da ritenersi privo di rilevanza – dichiara la Corte – tutte le volte in cui ‘non ci sia una vera duplicazione dei procedimenti ma piuttosto una combinazione che consenta di ritenere che essi costituiscano un tutt’uno integrato’. 

Proprio il requisito della necessaria connessione fra i due diversi procedimenti sub d) ) – quello di fronte all’amministrazione finanziaria e quello di fronte, invece, al giudice penale – è allora il vero nodo problematico. 

Per quanto concerne gli aspetti sostanziali (connection in substance) dello stretto legame che necessariamente deve intercorrere fra i procedimenti, i giudici di Strasburgo osservano che: i due procedimenti perseguono, nel caso di specie, scopi complementari; la possibilità di incorrere in due diversi procedimenti in relazione al medesimo fatto era prevedibile per i ricorrenti, perché derivante da regole chiare e precise; il cumulo di sanzioni derivante dai due procedimenti non risulta sproporzionato, perché il giudice penale aveva tenuto conto delle sanzioni inflitte dall’amministrazione finanziaria nel commisurare la pena. Tuttavia – osserva la Corte – i due procedimenti si sono celebrati di fronte ad autorità diverse, in procedimenti reciprocamente indipendenti

Inoltre – dal punto di vista della connessione temporale (connection in time) – i due set di procedimenti, la cui durata complessiva ammonta a circa quattro anni e dieci mesi, si sono svolti in contemporanea solo per pochi mesi, nel periodo compreso fra il marzo e l’agosto del 2012; dopo di che il procedimento penale è andato avanti per anni, nonostante quello formalmente amministrativo si fosse concluso già da tempo con una pronuncia definitiva. 

 

5. A fondare la condanna dello Stato islandese per violazione del bis in idem, allora, è proprio il difetto di connessione fra i due diversi procedimenti, scoordinati dal punto di vista temporale – la Corte parla specificamente di ‘assenza di sovrapposizione’ – e dal punto di vista dell’acquisizione e della valutazione della prova, che si è svolta in maniera largamente indipendente nelle due vicende processuali prese in considerazione. 

***

6. La sentenza in esame si inserisce pienamente – come anticipato – nel solco della Grande camera A. e B. c. Norvegia, senza grandi profili di novità. Lo stesso iter argomentativo era stato seguito dalla Corte in altri casi successivi all’overruling del precedente orientamento: si pensi, in particolar modo, alla sentenza Jóhannesson e a. c. Islanda[3], le cui conclusioni sono quasi totalmente sovrapponibili a quelle odierne. 

Eppure la pronuncia in commento ha – ci pare – il merito di fornire alcuni spunti di riflessione al lettore italiano, che speriamo giustifichino queste poche note conclusive. 

Innanzi tutto, la Corte Edu ci rammenta, con questa sentenza, che per evitare lo spauracchio delle condanne per violazione del ne bis in idem non è sufficiente garantire un coordinamento fra procedimento amministrativo e procedimento penale con riguardo alla proporzione della pena complessivamente inflitta. L’affermazione sembra banale ma forse non lo è del tutto, soprattutto alla luce della recente giurisprudenza della Corte di Giustizia in materia, che ha certamente individuato nel principio di proporzione della pena una importante chiave di lettura del diritto a non essere giudicati e puniti due volte contenuto nell’art. 50 CDFUE. 

Che la pena in concreto inflitta risulti proporzionata alla gravità dell’illecito compiuto – anche mediante meccanismi di raccordo fra i due ‘rami’ del doppio binario sanzionatorio – è un requisito necessario per evitare il bis in idem, ma non sufficiente

Particolare attenzione dovrà prestarsi allora anche a requisiti quali il collegamento temporale fra procedimenti; collegamento che – pur non implicando l’assoluta contemporaneità – è interpretato dalla Corte in maniera piuttosto restrittiva e che si presenta come verosimilmente problematico in un ordinamento in cui la definizione del procedimento penale anni dopo quello amministrativo costituisce la regola, non l’eccezione. 

Per tacere delle difficoltà insite nell’immaginare una qualche forma di circolazione della prova fra i due procedimenti, stante l’assoluta asimmetria delle garanzie che caratterizzano l’istruzione probatoria nei due diversi binari sanzionatori. Impensabile l’abbassamento delle garanzie del giusto processo penale – opzione che inoltre, paradossalmente, esporrebbe alla violazione dell’art. 6 della Convenzione –, è forse possibile immaginare un innalzamento di quelle che presidiano l’inflizione della sanzione ammnistrativa? O il prezzo da pagare in termini di tempo e risorse renderebbe tout court disfunzionale il sistema del doppio binario?

Nulla di nuovo – ripetiamo – si tratta di domande che sono da tempo ‘sul tappeto’. E che, a giudicare dalla pronuncia odierna, conservano tutta la loro attualità. 

 


[1]In ambito convenzionale, essenziale il richiamo a: Corte EDU, Sez. II, 4 marzo 2014, sent., Grande Stevens c. Italia, in questa Rivista, 9 marzo 2014, con nota di A. F. Tripodi, Uno più uno (a Strasburgo) fa due. L’Italia condannata per violazione del de bis in idem in tema di manipolazione del mercatoCorte EDU, Grande Camera, 15 novembre 2016, sent., A e B c. Norvegia, in questa Rivista, , 18 novembre 2016, con nota di F. Viganò,La Grande camera della Corte di Strasburgo su ne bis in idem e doppio binario sanzionatorio. In ambito eurounitario si vedano, da ultimo, le sentenze CGUE, Grande Sezione, 20 marzo 2018, Menci (C-524/15), Garlsson Real Estate (C-537/16), Di Puma e Zecca (C-596/16 e C-597/16), in questa Rivista, 21 marzo 2018, con nota di A. Galluccio, La Grande Sezione della Corte di giustizia si pronuncia sulle attese questioni pregiudiziali in materia di ne bis in idem

[2]Si veda, da ultimo, Cass., sez. V, sent. 16 luglio 2018, n. 45829, in questa Rivista, 17 ottobre 2018, con nota di F. Mucciarelli,Illecito penale, illecito amministrativo e ne bis in idem: la Corte di cassazione e i criteri di stretta connessione e di proporzionalità.

[3] Corte EDU, Sez. I, 18 maggio 2017, sent., Jóhannesson c. Islanda, in questa Rivista, 22 maggio 2017, con nota di F. Viganò,  Una nuova sentenza di Strasburgo su ne bis in ideme reati tributari.