ISSN 2039-1676


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7 marzo 2019

Mozione di Magistratura Democratica su pena e carcere

XXII Congresso nazionale di MD

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il testo della "Mozione su pena e carcere" adottata da Magistratura Democratica in occasione del XXII congresso nazionale (Roma, 1-3 marzo 2019).

 

Magistratura democratica ha da tempo elaborato proposte tese alla decarcerizzazione, alla introduzione di pene alternative alla detenzione, all’incentivazione delle misure alternative, alla elaborazione di progetti di giustizia riparativa, alla instaurazione di prassi avanzate all’interno delle carceri, nel tentativo di dare effettiva attuazione all’art. 27 della Costituzione.

La Riforma penitenziaria di cui alla Legge Delega 23 giugno 2017 n. 103, che molti attendevano, era un tentativo di dare nuovo slancio ai due principi del finalismo rieducativo e dell’umanizzazione della pena scolpiti nell’art. 27 Cost., norma in cui vengono racchiuse le due principali anime della Carta: l’istanza personalistica (principio di umanità) e quella solidaristica (principio rieducativo). Le norme recuperate dal progetto originario della riforma con i recenti Decreti Legislativi dell’ottobre 2018 sono poca cosa rispetto a quello che la riforma rappresentava, tanto da poter dire che il sistema dell’esecuzione penale – significativamente inciso da leggi che via via nel tempo hanno introdotto automatismi e preclusioni nell’esplicito intento di limitare il vaglio discrezionale sui percorsi individuali di recupero da parte della magistratura – rimane ancora uguale a sé stesso.

Magistratura democratica, consapevole di quali siano le torsioni culturali e anche istituzionali che questo fallimento comporterà, chiede che quel progetto di riforma venga interamente recuperato anche per impedire il progressivo scollamento che oggi si verifica tra la rappresentazione ufficiale del carcere e la realtà di esso. L’involuzione rappresentata dalle derive repressive costituite da nuovi ‘pacchetti sicurezza’, dall’inasprimento delle pene per alcuni reati, dai nuovi ostacoli frapposti, con efficacia retroattiva, ai processi di reinserimento per alcune categorie di reati (derivanti ad es. dall’inserimento nel primo comma dell’art. 4 bis ord. pen. di quasi tutti i reati contro la pubblica amministrazione, semplicisticamente parificati ai reati di mafia e di terrorismo ad opera della recente Legge 9 gennaio 2019 n. 3 in materia di corruzione) rischiano di relegare ancora una volta il carcere in un mondo chiuso in sé e totalmente impermeabile al contatto con la società civile. Essa allontana dal finalismo che la Costituzione assegna alla pena.

Magistratura democratica ribadisce che la dignità di ogni condannato, anche autore dei più gravi delitti, deve essere salvaguardata dalle istituzioni che ne assumono la custodia, evitando la spettacolarizzazione degli arresti e l’esibizione al pubblico del condannato come fosse un trofeo di guerra: l’esecuzione della pena ed il carcere rappresentino un luogo di mediazione e di pacificazione, oltreché di riparazione e di recupero individuale e non un terreno di perenne conflitto o di strumentale propaganda.

Con il superamento della barriera dei 60.000 detenuti, è alle porte un nuovo sovraffollamento e dunque il rischio di una nuova umiliante condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: Magistratura democratica auspica che, lungi dalla costruzione di nuove carceri, la politica voglia affrontare, anche con una diversa organizzazione della vita detentiva all’interno delle prigioni, il tema della sovrappopolazione carceraria adottando tutti gli strumenti, legislativi e non, idonei a frenare la crescita esponenziale del ricorso alla pena carceraria e voglia altresì affrontare i problemi legati al crescente disagio psichico nelle prigioni, tema che, affrontato dai progetti di riforma, si è colpevolmente voluto tralasciare. Nel caso dei detenuti con patologie mentali e degli internati sottoposti alle misure di sicurezza diventa ancora più difficile infatti - in presenza di permanenti vuoti normativi - conciliare le esigenze di sicurezza con il diritto di essere curati come cittadini uguali a tutti gli altri: appare opportuno incentivare protocolli operativi tra i Servizi territoriali di psichiatria e gli Uffici giudiziari che consentano di risolvere, già in sede di giudizio di cognizione, la possibilità di trattamenti terapeutici non necessariamente collegati alla totale privazione della libertà, per dare effettiva attuazione alla Legge 17 febbraio 2012 n. 9 sull’abolizione degli Ospedali psichiatrici giudiziari.

Magistratura democratica si impegna a sostenere in qualunque sede iniziative in cui si discuta del ruolo e della funzione della pena detentiva per dare al Paese un sistema di sanzioni di livello europeo che, contro ogni deriva populista, restituisca all’Italia quella posizione di prestigio che sempre ha avuto nel panorama dell’esecuzione penale.   

Roma, 3 marzo 2019