ISSN 2039-1676

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22 gennaio 2019 |

A. Presutti – A. Bernasconi, Manuale della responsabilità degli enti, II ed., Giuffrè Francis Lefebvre, Milano 2018, pp. 1-500

Recensione

 

1. Riesce difficile reperire una normativa di settore che, in procinto di varcare la soglia della maggiore età, risulti oggetto di un numero di commenti e bilanci ormai arduo da dominare, come il d.lgs. n. 231 del 2001. Considerata non a torto una svolta epocale, la disciplina della responsabilità degli enti dipendente da reato continua a interpellare gli analisti e a mobilitare inquadramenti originali, dubbi radicali, proposte di riforma. Ogni minima variazione recata da una massima giurisprudenziale, dall’inserimento di un illecito presupposto, dall’emissione di una linea guida di categoria, provoca immediate reazioni a catena: pioggia di articoli su riviste, celebrazioni convegnistiche, ripensamenti complessivi, ancorché debba riconoscersi come, a dispetto del cospicuo sforzo di elaborazione teorica profuso dalla dottrina, la resa giudiziaria del ‘prodotto’ normativo lasci alquanto a desiderare. Da ultimo, nel bilancio sociale della Procura di Milano il numero dei ‘procedimenti 231’ esibisce un netto calo e fa guardare con preoccupazione allo stato di salute di una svolta legislativa intorno alla quale convergevano fondate speranze per un salto di qualità nella prevenzione della criminalità d’impresa.

Certo, qualcuno potrebbe osservare che il decremento numerico (solo 29 enti iscritti nel 2017), in una prospettiva sensibile alle sirene della prevenzione generale, possa significare che la cultura della legalità aziendale abbia finalmente attecchito, che i presidi anticrimine tengano, che gli attori del controllo interno siano presi in seria considerazione dai vertici societari, ma sarebbe ingenuo universalizzare siffatta ipotesi esplicativa, tacendo l’esistenza di fattori che concorrono a determinare il ridimensionamento, se non la crisi degli obiettivi posti dal legislatore del 2001, a cominciare dalla a più riprese denunciata applicazione ‘a macchia di leopardo’ nelle aule di tribunale della penisola.

Chi desideri a un tempo approfondire le ragioni dell’‘inverno’ del d.lgs. n. 231 e godere di una visione d’insieme della materia, in grado di restituire un quadro aggiornato dei temi e dei problemi agitati dalla responsabilità degli enti, trova nel Manuale scritto dai Proff. ri Adonella Presutti e Alessandro Bernasconi una sorta di atlante geografico, una mappa completa dei rilievi che rendono accidentata l’affermazione del rivoluzionario brocardo Societas delinquere et puniri potest.

 

2. Forte del successo ottenuto con la prima edizione, il Manuale si conferma un testo fortemente interdisciplinare. A colpire, oltre ai rimandi a essenziali nozioni aziendalistiche e di teoria dell’organizzazione, sono la competenza con la quale gli Autori trattano questioni di diritto penale sostanziale e lo stretto raccordo con la prassi, le cui dinamiche sono riprodotte con incisivo approccio critico.

La complessità e la varietà degli argomenti che ruotano intorno ai presupposti della responsabilità e al processo de societate non pregiudicano il ricorso a una chiara trattazione sistematica, aperta con profitto al commento dei nova che nell’ultimo torno di tempo hanno arricchito la regolamentazione racchiusa nel d.lgs. n. 231 del 2001. Sotto il profilo sostanziale, il Manuale si sofferma utilmente sul fenomeno whistleblowing (l. 30 novembre 2017, n. 179), sui rapporti con la legge anticorruzione (l. 6 novembre 2012, n. 190 e Piano nazionale anticorruzione), nonché sui nuovi ‘illeciti fonte’ della responsabilità delle persone giuridiche. Quanto al ramo processuale, viene articolato un severo scrutinio dell’impatto che una serie di riforme ha riversato sul rito contro le società, a cominciare dal regime della contumacia – l. 28 aprile 2014, n. 67 – per passare alla profonda rimeditazione dei procedimenti speciali operata con l. 23 giugno 2017, n. 103, senza dimenticare l’incidenza sul sistema delle cautele della l. 30 ottobre 2013, n. 125.

 

3. Piace constatare come un autentico ‘manuale nel manuale’ sia costituito dal capitolo ottavo della parte prima, dedicata alla struttura del rimprovero. Vi si rinviene un prezioso compendio circa le funzioni e i limiti dell’Organismo di Vigilanza, che sin da subito ha incarnato una delle principali innovazioni introdotte dalla riforma e che ancora oggi si muove alla ricerca di un’identità definita, vivendo di oscillazioni tra spinte soppressive e movimenti espansivi, come attestato dal recente disegno di legge S-726/2018, volto a rendere obbligatoria in tutte le persone morali la presenza dell’Organismo. Assai meritoriamente il Manuale si incarica di sottolineare le ragioni che consigliano una valorizzazione degli OdV in chiave preventiva, censurando pratiche correnti che, squalificandone il ruolo, finiscono per favorire valutazioni giudiziali di inidoneità e inefficacia dei modelli organizzativi.

 

4. Nei limiti imposti dal taglio manualistico, gli Autori documentano lo slittamento di senso che la normativa degli enti sperimenta negli ultimi anni: l’idea forte della prevenzione mediante organizzazione convive e si contamina con la retorica della compliance. Nella fase che potremmo definire ‘fisiologica’ le aziende affrontano l’esigenza di rispondere a continui appelli alla conformità normativa (si pensi all’antiriciclaggio, alla privacy, al whistleblowing, all’anticorruzione, alla sicurezza sul lavoro, al market abuse etc., al punto che può predicarsi l’esistenza di più modelli organizzativi accanto al ‘modello 231’, che pure da questo traggono ispirazione). Quando, invece, subentrano situazioni patologiche, la logica preventiva cede il passo a forme di riparazione lato sensu intese, e il modello di organizzazione, gestione e controllo continua a mostrarsi strumento adatto a fornire garanzie sul ritorno dell’ente nel circuito legale, come ribadisce di recente la normativa antimafia, dove si prevedono interessanti ‘incisioni 231’ negli istituti dell’amministrazione e del controllo giudiziari, ai sensi della l. 17 ottobre 2017, n. 161 (parte seconda, capitolo venticinquesimo).

Nonostante le falle di ordine sostanziale e processuale, alle quali talvolta la giurisprudenza appone rimedi peggiori del male – si pensi all’orientamento che ritiene la possibilità di applicare il sequestro preventivo ‘per equivalente’ in modo indifferenziato alla persona fisica e alla persona giuridica, profilando una sorta di responsabilità cumulativa a vocazione solidaristica (per le opportune critiche v. p. 330) – il Manuale contiene una nota di speranza, puntellata da un continuo raffronto con i principi fondamentali che regolano la materia penale: alle aporie normative e alle distorsioni applicative è sempre possibile opporre, prendendo a prestito il titolo dell’ultimo, stimolante libro del Prof. Gabrio Forti – La cura delle norme – una sollecitudine faticosa e nobile a ricostruire, per quanto possibile, un equilibrio accettabile tra tutela dei beni giuridici e protezione dell’innocente, anche dell’‘innoc-ente’; una tensione positiva che impegna e responsabilizza l’interprete nella ricerca di soluzioni ispirate a razionalità, coerenza, tutela delle garanzie. Il Manuale testimonia questa cura, e tradisce l’affezione degli Autori verso una disciplina forse ancora immatura, ma strettamente necessaria al progresso delle relazioni economiche, e che proprio dal testo che si commenta riceve la necessaria dose di sostegno ermeneutico e di incoraggiamento politico-criminale per l’auspicato ingresso nell’età adulta.