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30 novembre 2018 |

Produzione di materiale pornografico: per le Sezioni unite non è necessario l'accertamento del pericolo di diffusione

Cass., Sez. un., sent. 31 maggio 2018 (dep. 15 novembre 2018), n. 51815, Est. Andronio, Pres. Carcano, ric. M.

Per leggere il testo della sentenza, clicca in alto su "visualizza allegato".

 

1. Con la sentenza che può leggersi in epigrafe, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno risolto un contrasto concernente il reato di pornografia minorile e, in particolare, la fattispecie di produzione di materiale pornografico (art. 600 ter co. 1 n. 1 c.p.), affermando il seguente principio di diritto: “ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600 ter, primo comma, n. 1), cod. pen., con riferimento alla condotta di produzione di materiale pedopornografico, non è più necessario, viste le nuove formulazioni della disposizione introdotte a partire dalla legge 6 febbraio 2006, n. 38, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale”.

La sentenza si segnala, oltre che per ricostruire l’oggettività giuridica del reato di pornografia minorile, perché consente di tracciare la linea di confine tra la fattispecie in esame ed il contiguo reato di detenzione di materiale pornografico (art. 600 quater c.p.), per il quale il legislatore ha previsto un trattamento sanzionatorio sensibilmente inferiore. Inutile anticipare che l’esito cui perviene la S.C. presenta notevoli risvolti pratici, atteso che, secondo una linea difensiva piuttosto diffusa, argomento ricorrente nelle aule giudiziarie è la negazione della sussistenza del concreto pericolo di diffusione del materiale pornografico prodotto, con la conseguente richiesta di riqualificazione del fatto in termini di detenzione di materiale pornografico.

 

2. Prima di prendere in esame le motivazioni della sentenza, facciamo però qualche passo indietro per ricordare i fatti sottoposti alla attenzione delle Sezioni Unite e, sia pure cursoriamente, il contenuto dell’ordinanza di rimessione.

L’imputato M. veniva condannato nei precedenti gradi di giudizio per il reato di pornografia minorile (art. 600 ter c.p.). Millantando di avere contatti all’interno del mondo della televisione, M. convinceva alcuni minori a posare nudi per delle fotografie e delle video riprese. All’esito della attività investigativa, gli inquirenti accertavano che sul telefono e sul computer dell’imputato erano presenti alcune immagini e video ritraenti gli organi genitali delle persone offese.

Seguendo lo schema poc’anzi brevemente descritto, la difesa dell’imputato ricorreva per Cassazione censurando la qualificazione giuridica operata dai giudici di merito e ritenendo applicabile il più mite reato di cui all’art. 600 quater c.p. Nel caso in esame, infatti, il materiale pornografico era stato prodotto dall’M. per un uso esclusivamente personale e non era assolutamente nell’intenzione dell’imputato divulgarlo, dal momento che una sua possibile diffusione avrebbe potuto arrecargli grave nocumento.

Chiamata a decidere della controversia, la III Sezione della Corte di Cassazione[1] rilevava che, in effetti, a partire dalla sentenza a Sezioni Unite Bove del 2000[2], esiste un consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui il reato di produzione di materiale pornografico costituisce un reato di pericolo concreto, configurabile solamente laddove sia accertata la sussistenza un concreto pericolo di diffusione del suddetto materiale. Nelle ipotesi in cui, invece, la produzione sia destinata ad una soddisfazione delle “intime pulsioni” dell’autore deve trovare applicazione il meno grave reato di detenzione di materiale pornografico. Decisiva ai fini di tale indirizzo la circostanza che il reato di produzione di materiale pornografico è volto in particolare ad impedire il rischio dell’incremento dei circuiti della pedofilia.

La sezione rimettente dichiarava tuttavia di non condividere (più) tale l’impostazione accolta dall’orientamento dominante, osservando che l’evoluzione della normativa successiva all’arresto delle Sezioni Unite ed una conseguente corretta ermeneutica dell’oggetto della tutela del reato di pornografia minorile (da identificarsi nella dignità e nello sviluppo del minore), indurrebbero ad interpretare il reato di produzione di materiale pornografico come un reato di danno che si perfeziona per il solo fatto della realizzazione delle immagini pornografiche, a prescindere dall’accertamento del pericolo della loro diffusione. Intendendo dunque discostarsi dal principio di diritto della sentenza Bove, la III Sezione rimetteva la questione alle Sezioni Unite, ai sensi del novellato art. 618 c.p.p.

 

3. Veniamo dunque alla pronuncia delle Sezioni Unite. In via preliminare, la Corte procede ad una approfondita ricognizione dell’evoluzione della normativa, nazionale e internazionale, e dell’interpretazione giurisprudenziale relativa al reato di pornografia minorile.

Come ben noto, la nozione di pornografia minorile è stata introdotta nel nostro ordinamento dalla legge 3 agosto 1998, n. 269 (“Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di schiavitù”) che – sulla scia dei principi sanciti dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, firmata a New York il 20 novembre 1989 – ha inserito nel codice penale diverse figure di reato, tra cui la fattispecie di pornografia minorile (art. 600 ter c.p.) e di detenzione di materiale pornografico (art. 600 quater c.p.).

Nella sua formulazione originaria la fattispecie di pornografia minorile era costruita come un reato a dolo specifico e l’elemento materiale ruotava intorno alla condotta di “sfruttamento” (“Chiunque sfrutta minori degli anni diciotto al fine di […] produrre materiale pornografico […] è punito”). L’intento dichiarato della nuova costellazione di reati era quello di tutelare “lo sviluppo fisico, psicologico, spirituale morale, sociale” dei minori (art. 1 l. 269/1998).

Subito dopo la sua introduzione, il reato di pornografia minorile dava adito ad un vivace dibattito dottrinario e giurisprudenziale sul significato da attribuire alla nozione di sfruttamento. A fronte dell’orientamento secondo cui il termine “sfruttare” implicava necessariamente un significato lucrativo, di talché dovevano considerarsi estranee al modello legale tutte quelle condotte che si risolvevano nell’appagamento di fini intimi dell’autore, se ne contrapponeva un altro per cui il termine “sfruttare” andava inteso in tutta la sua latitudine semantica, senza che fosse necessario un ritorno economico.

A dirimere il contrasto interveniva la sentenza delle Sezioni Unite Bove. Dopo avere individuato il bene giuridico tutelato nella tutela della libertà e dello sviluppo dei minori, la pronuncia escludeva che vi fossero ragioni per attribuire al fatto tipico un connotato economicistico e affermava che “sfruttare” significa più in generale “utilizzare” qualcuno per trarre una utilità. In particolare, si legge nella citata sentenza che la condotta di sfruttamento è integrata tutte le volte in cui i minori siano impiegati “come mezzo”, anziché come “fine e valore in sé”.

Posta questa premessa, le Sezioni Unite si soffermavano anche sulla struttura del reato di cui all’art. 600 ter c.p. e sul suo coordinamento con l’art. 600 quater c.p. Sotto questo specifico profilo, la S.C. affermava che quello di produzione di materiale pornografico (rectius: sfruttamento per la produzione di materiale pornografico) non costituisce un reato di danno, sebbene un reato di pericolo concreto, occorrendo che il giudice verifichi di volta in volta la sussistenza del pericolo di diffusione di tale materiale. In questa prospettiva, veniva valorizzata l’ulteriore finalità della norma di contrastare che le immagini ottenute dallo sfruttamento del minore finissero nel “circuito perverso della pedofilia”. Allorché le immagini pornografiche fossero state destinate a restare nella sfera strettamente privata dell’autore avrebbe dovuto trovare applicazione il reato di detenzione di materiale pornografico (art. 600 quater c.p.). La diversa destinazione doveva, ad avviso della S.C., essere desunta da elementi sintomatici quali, ad esempio, l’esistenza di una struttura organizzativa anche rudimentale per corrispondere alle esigenze del mercato della pedofilia, il collegamento con soggetti potenziali pedofili o, ancora, disponibilità di strumenti tecnici di riproduzione e/o trasmissione idonei a diffondere il materiale pornografico.

La pronuncia dunque, da un lato, ampliava la portata applicativa della fattispecie di pornografia minorile, interpretando estensivamente la nozione di “sfruttamento”, dall’altro, quasi in funzione di compensazione, ne riduceva l’ambito di applicazione a favore del reato di detenzione di materiale pornografico (art. 600 quater c.p.), aggiungendo interpretativamente il requisito del “pericolo concreto di diffusione del materiale prodotto”.

Una seconda tappa dell’evoluzione delle fattispecie si aveva con la legge 6 febbraio 2006, n. 38 (“Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo internet”), che recepiva le indicazioni della Decisione quadro 2004/68/GAI.

Merita qui segnalare che la legge di riforma modificava l’elemento oggettivo della fattispecie di produzione di materiale pornografico, sostituendo al discusso verbo “sfruttare” il termineutilizzare” ed eliminando il dolo specifico del reato (“Chi realizza esibizioni pornografiche o produce materiale pornografico, utilizzando minori degli anni diciotto […]”)

La fattispecie di pornografia minorile veniva, da ultimo, fatta oggetto della legge 1 gennaio 2012, n. 172 (“Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale fatta a Lanzarote il 25 ottobre 2007, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno”). Ai fini che interessano, occorre ricordare che la legge introduceva per la prima volta una definizione di “pornografia minorile”, secondo cui “ai fini di cui al presente articolo per pornografia minorile si intende ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali” (art. 600 ter co. 7 c.p.).

 

4. Ricostruita la complessa cornice normativa e giurisprudenziale, la SC utilizza tre principali argomentazioni per superare, come anticipato, il suo precedente arresto e per affermare, in adesione alla tesi dell’ordinanza di rimessione, la natura di reato di danno dell’art. 600 ter c.p.: a) le indicazioni tratte dall’evoluzione normativa delle fattispecie; b) il radicale mutato del contesto tecnologico; c) l’argomento sistematico.

a) In primo luogo, le Sezioni Unite osservano che l’evoluzione normativa che ha interessato il reato di minorile induce ad escludere che tale fattispecie costituisca un reato di pericolo concreto, non essendo necessario per la sua configurazione la sussistenza di un pericolo di diffusione del suddetto materiale.

In questo senso depone, anzitutto, la riforma operata dalla l. 38/2006, con la quale per un verso il legislatore scolpiva normativamente l’interpretazione delle Sezioni Unite Bove, scegliendo di inserire l’espressione “utilizzare” invece della precedente condotta di “sfruttamento”, ma, per altro verso, non riteneva di accogliere espressamente quale requisito di fattispecie il “pericolo di diffusione” del materiale prodotto. Ne emergeva la volontà di colpire la produzione di materiale pornografico, a prescindere dall’accertamento della sua destinazione;

Che quella di cui all’art. 600 ter c.p. debba considerarsi una fattispecie di danno è poi documentato dall’inserimento, avvenuto con la l. 172/2012, della definizione di “pornografia minorile”, la quale, essendo imperniata sull’esigenza di tutelare la dignità sessuale e l’immagine del minore, contribuisce ad indicare un bene giuridico suscettibile di essere compromesso già dal fatto della produzione.

b) In secondo luogo, la SC sottolinea come, alla luce del profondo mutamento del contesto sociale e del grado di sviluppo tecnologico, la ricostruzione del reato in termini di pericolo concreto risulti ormai anacronistica.

Mentre un tempo la disponibilità di un collegamento a internet rappresentava un quid pluris, da accertare caso per caso per caso […]”, osservano le Sezioni Unite, la situazione attuale è invece caratterizzata da una “accessibilità generalizzata”, sicché è divenuto molto più facile, veloce e frequente lo scambio e la diffusione di immagini. In conseguenza di tale evoluzione, il requisito del pericolo concreto, continua sempre la pronuncia in esame, non può essere considerato ancora un criterio interpretativo utile all’interprete, assumendo nel contesto attuale uno “scarso significato”.

c) In terzo luogo, l’interpretazione dell’art. 600 ter c.p. quale reato di danno consente di ricostruire in modo più coerente, sul piano sistematico, la relazione tra il reato in esame ed il delitto di detenzione di materiale pornografico (art. 600 quater c.p.). Questa ultima disposizione costituisce una fattispecie di carattere residuale”, colpendo il fatto di chi, fuori dai casi di applicabilità del reato di pornografia minorile, “consapevolmente si procura o detiene materiale pornografico”. Presupposto della condotta è che il materiale pornografico sia stato prodotto “utilizzando minori di anni diciotto”.

Ora, l’indirizzo precedente distingueva le ipotesi di reato sulla base del criterio della sussistenza/insussistenza del pericolo di diffusione del materiale pornografico. Appare tuttavia più convincente in base al tenore letterale della disposizione, rilevano le Sezioni Unite, ritenere che il materiale pornografico considerato dal reato di cui all’art. 600 quater c.p. è lo stesso materiale pornografico, la cui produzione integra il reato di pornografia minorile. Nello stesso senso depone anche la formulazione testuale del reato di pornografia virtuale (art. 600 quater.1 c.p.) quando estende la nozione di materiale pornografico ai sensi degli articoli precedenti.

La distinzione tra le due figure di reato non può dunque appuntarsi sul pericolo concreto di diffusione, bensì, esclusivamente, sull’identità del soggetto che tale materiale abbia realizzato, di talché se colui che detiene il materiale pornografico ne è anche il produttore si applicherà, stante la clausola di riserva di esordio del reato di cui all’art. 600 quater c.p., il solo reato di produzione di materiale pornografico, viceversa, se il materiale è detenuto da soggetti diversi dal produttore troverà applicazione il solo art. 600 quater c.p.

 

5. Così risolto il quesito sottoposto alla sua attenzione, le Sezioni Unite si soffermano sulle ricadute del nuovo indirizzo interpretativo sul fenomeno della cd. pornografia domestica, che consiste nella detenzione ad uso esclusivamente privato del materiale pornografico prodotto con il consenso del minore che abbia raggiunto l’età del consenso sessuale.

Come noto, tali situazioni sono già prese in considerazione dalle fonti internazionali in materia di pornografia minorile[3], che attribuiscono agli Stati membri la facoltà di decidere se attribuire o meno penale rilevanza alle condotte di produzione, acquisto e possesso del materiale pornografico realizzato con il consenso del minore e destinato ad uso personale. Il legislatore italiano, tuttavia, non si è avvalso di tale possibilità, sancendo – almeno in apparenza – la punibilità di tutte le condotte che hanno per oggetto il materiale pornografico, senza distinguere in relazione all’età del minore e senza considerare una sua eventuale espressione di consenso.

Nella vigenza della precedente interpretazione, la giurisprudenza si era orientata nel senso di sussumere tali fattispecie concrete nel reato di detenzione di materiale pornografico, valorizzando l’insussistenza di un concreto pericolo di diffusione del materiale prodotto. Tale soluzione, osserva però la S.C., offriva al problema una risposta “del tutto parziale”, riconducendo comunque la pornografia domestica entro i confini del penalmente rilevante.

La nuova interpretazione della fattispecie potrebbe allora, anche sotto questo profilo, condurre a risultati più coerenti con il sistema. Alla luce del nuovo inquadramento sistematico delle fattispecie, la chiave di volta per valutare la penale rilevanza delle ipotesi di pornografia domestica consiste nella valorizzazione della nozione di “utilizzazione del minore”. Con tale espressione si vuole indicare che i reati di cui agli artt. 600 bis e 600 ter c.p. siano configurabili solo quando le immagini, i video etc. ritraenti i minori siano realizzati attraverso una “strumentalizzazione” del minore, ossia realizzate con modalità abusive “per la posizione di supremazia rivestita dal soggetto agente nei confronti del minore o per le modalità con le quali il materiale pornografico viene prodotto (ad esempio, minaccia, violenza, inganno) o per il fine commerciale che sottende la produzione, o per l’età dei minori coinvolti, qualora questa sia inferiore a quella del consenso sessuale”.

In questa prospettiva, l’eventuale consenso del minore alla realizzazione dei video (a condizione, naturalmente, che abbia raggiunto l’età per esprimerlo validamente) non esclude di per sé la configurabilità del reato, ma costituisce semmai un indice che il giudice deve considerare per valutare se esiste quella “differenziale” di potere che costituisce la cifra della condotta di utilizzazione.

In definitiva, la esclusione della penale rilevanza delle ipotesi di cd. pornografia domestica dovrà essere accertata caso per caso dal giudice alla luce di tutte le circostanze del caso concreto, il quale dovrà valutare la sussistenza o meno del presupposto della “utilizzazione” dei minori.

 

6. Va infine segnalato che la pronuncia in esame affronta anche i delicati profili di diritto intertemporale connessi alla propria decisione. Le Sezioni Unite escludono che la nuova interpretazione dell’art. 600 ter c.p. determini un overruling interpretativo in malam partem, suscettibile di entrare in tensione con il principio di legalità convenzionale ex art. 7 Cedu.

Come anticipato nel corso della motivazione, l’esponenziale diffusione e sviluppo della tecnologia ha condotto ad una generalizzazione del pericolo di diffusione materiale realizzato utilizzando minorenni, con la conseguenza che l’esclusione del pericolo di diffusione quale requisito di fattispecie “non determina in concreto un ampliamento dell’ambito di applicazione della fattispecie penale”. Nell’ottica della “concreta prevedibilità” delle conseguenze penali della propria condotta le Sezioni Unite focalizzano anche un passaggio della sentenza Bove in cui veniva citato tra gli indicatori che il giudice deve considerare nella valutazione della esistenza del pericolo concreto proprio la disponibilità di strumenti informatici e telematici.

 

* * *

 

7. La motivazione delle Corte di Cassazione offre una molteplicità di linee interpretative e spunti di riflessione che non è certo questa la sede per potere riprendere.

Ci sembra in effetti, in primis, che il precedente orientamento meritava di essere superato per la persuasiva ragione che il bene tutelato dal reato di pornografia minorile coincide con la tutela della persona del minore.

Già nell’immediatezza della pronuncia, una parte della dottrina[4] (ripresa dalla stessa ordinanza di rimessione) aveva osservato che la pronuncia Bove prestava il fianco alla critica radicale di essere caduta in una intrinseca e insuperabile contraddizione[5]: da un lato veniva identificato come bene giuridico tutelato “la dignità, la libertà e lo sviluppo morale del minore, dall’altro, senza trarre le – almeno apparentemente – logiche conseguenze della prima affermazione, il reato di pornografia minorile veniva qualificato come un reato di pericolo concreto. È stato così efficacemente evidenziato che la sentenza prendeva le mosse dall’individuazione del minore quale oggetto della tutela penale ponendo l’attenzione sull’evento del reato, ma finiva per “spostare il baricentro”, a livello strutturale, sulla condotta descritta dalla fattispecie incriminatrice, attribuendole penale rilevanza solo ove fosse stata capace di incrementare la pratica allarmante della pedofilia.

Nelle pieghe dell’articolato iter motivazionale, le Sezioni Unite focalizzano l’argomento del bene oggetto di tutela (così come modellato dalla evoluzione normativa successiva alla sentenza Bove) e qualificano espressamente il reato di cui all’art. 600 ter c.p. in termini di illecito di danno, ma - sullo sfondo - paiono non abbandonare completamente la logica del reato di pericolo. In effetti, al fine di rafforzare con un ulteriore tassello la propria interpretazione o, forse, con più probabilità,  allo scopo di scongiurare le problematiche che scaturirebbero dal riconoscimento di un overruling in malam partem, le Sezioni Unite valorizzano anche la circostanza secondo cui, alla luce dell’attuale contesto sociale e del grado di sviluppo delle tecnologie[6], deve comunque ritenersi implicito nella disponibilità di strumenti informatici e telematici il pericolo di diffusione del materiale pornografico realizzato. In altri termini la sentenza parrebbe affermare che, anche a voler continuare a qualificare la pornografia minorile come un reato di pericolo (rispetto all’espansione del circuito della pedofilia), il pericolo si configurerebbe in re ipsa.

 

8. Di notevole interesse sono le considerazioni relative al fenomeno della cd. pornografia domestica. Per la verità, la strada seguita dalle Sezioni Unite era già stata intrapresa da alcune sentenze di merito[7], che avevano dato rilievo al consenso espresso dal minorenne per il tramite di una interpretazione restrittiva del concetto di “utilizzazione”, in alcuni casi[8] ponendo l’accento – in chiave di interpretazione sistematica – sull’art. 609 quater c.p. (atti sessuali con minorenne)[9].

Vale qui la pena di sottolineare che tali affermazioni sono destinate a dispiegare effetti su tutte le fattispecie previste dagli artt. 600 ter, 600 quater e 600 quater.1 c.p., posto che il “materiale pornografico” prodotto tramite l’utilizzazione dei minori costituisce nucleo comune di tutte le ipotesi di reato ivi contenute.

Sotto questo profilo, sorge spontaneo l’interrogativo se il carattere, per così dire, spregiativo attribuito al concetto “utilizzazione” del minore debba costituire (come parrebbe) oggetto del dolo necessario per l’integrazione di tutte le figure di reato che presuppongono la produzione del materiale pornografico. Ci si domanda, in altri termini, se (ad esempio) per configurare il reato di detenzione di materiale pornografico, occorra provare che colui che ha consapevolmente scaricato immagini pedopornografiche da internet si sia rappresentato che tali immagini siano state prodotte tramite strumentalizzazione dei minori.

Del tutto impregiudicato rimane invece il problema della tutela penale avverso i fenomeni di sexting[10], dal momento che ove le immagini siano realizzato tramite autoscatti (selfies) della persona offesa non si può – secondo la giurisprudenza costante – ritenere integrato il presupposto dell’”utilizzazione”, il quale postula una diversità tra il soggetto utilizzato ed utilizzatore[11].

 

9. Condivisibile, a una prima lettura, anche se avrebbe meritato un approfondimento maggiore la parte della motivazione con cui la Corte esclude che il nuovo indirizzo interpretativo costituisca un overruling in malam partem.

Il problema si pone alla luce dell’interpretazione della Corte di Strasburgo, per cui la prevedibilità garantita dall’art. 7 Cedu non riguarda soltanto la possibilità per l’imputato di prevedere la sua possibile condanna penale, ma anche il titolo di reato per il quale tale condanna sarà inflitta, almeno quando dall’operatività di una diversa ipotesi di reato possano scaturire rilevanti conseguenze in punto di trattamento sanzionatorio[12]. Come nel caso in esame, ove prima delle Sezioni Unite la condotta di produzione di materiale pornografico non destinato alla diffusione ricadeva nel più mite reato di detenzione di materiale pornografico, mentre dalla pronuncia in poi dovrà essere ricompresa nell’ipotesi di pornografia minorile.

A fianco dell’argomento relativo alla  trasformazione del contesto sociale e del pericolo in re ipsa (mutamenti da cui sarebbe scaturita la prevedibilità per gli autori di essere sanzionati con il più grave reato di cui all’art. 600 ter c.p.), sarebbe stato possibile, a nostro parere, valorizzare altri indici per escludere l’imprevedibilità del nuovo indirizzo giurisprudenziale, tra cui in particolare: la presenza di alcune sentenze che precorrono l’orientamento oggi seguito dalle Sezioni Unite[13] e, in generale, le oscillazioni giurisprudenziali circa gli indici sintomatici da cui desumere l’esistenza di un “pericolo di diffusione” del materiale pornografico, i quali lasciavano un margine di incertezza in ordine a quale fattispecie di reato potesse concretamente trovare applicazione. Tutti questi fattori determinavano, a nostro avviso, quantomeno il dubbio che la condotta di produzione di materiale pornografico, ancorché non destinata alla diffusione, potesse essere sanzionata come reato di pornografia minorile.

 

10. Merita infine segnalare che la nuova interpretazione schiude le porte a nuove problematiche applicative quali, ad esempio, la configurabilità del tentativo. In passato la giurisprudenza tendeva a negare la configurabilità dell’art. 56 c.p. in relazione alla ritenuta natura di reato di pericolo concreto dell’art. 600 ter c.p.[14] La nuova ricostruzione in termini di illecito di danno sembra (almeno astrattamente) aprire la strada per una configurabilità del reato di produzione di materiale pornografico anche nella forma tentata, ancorché  i margini di una sua applicazione appaiono sin d’ora fortemente limitati dalla presenza nell’ordinamento del reato di adescamento di minori di cui all’art. 609 undecies c.p.

 

 


[1] Cass. sez. III, ord. 30 novembre 2017 (dep. 6 marzo 2018), n. 10167, in Bancadati DeJure.

[2] Cass. SS.UU., 31 maggio 2000, n. 13, Bove, in Bancadati DeJure.

[3] Cfr. art. 3 c. 2 della Decisione Quadro 2004/68/GAI del 22 dicembre 2003, art. 20 c. 3 della Convenzione di Lanzarote, nonché la Direttiva dell’Unione europea 2011/93/UE.

[4] Cfr. G. Marra, La nozione di sfruttamento nel delitto di pornografia minorile e la terza via delle Sezioni Unite, nota a Cass. Sez. un., 31 maggio 2000, n. 13, Bove, in Cass. pen., 2001, p. 193.

[5] Cfr. Mantovani, Diritto penale. Parte Speciale – Delitti contro la persona, p. 504 nt. 51 secondo cui “infondata e contraddittoria – anche in base alla formulazione originaria – è la tesi del reato di pericolo, della Cass., Sez. un., 31/5/2000”.

[6] Su questi profili cfr. L. Picotti, I delitti di sfruttamento sessuale dei bambini, p. 1267 ss., in Scritti per Federico Stella, Napoli, 2007.

[7] App. Milano, 12 marzo 2014, in questa Rivista, con nota di G. Sassaroli, In tema di detenzione di materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni diciotto: una sentenza assolutoria della Corte di Appello di Milano.

[8] G.i.p. Firenze, 27 gennaio 2015, n.163, in questa Rivista, 22 aprile 2015, con nota di A. Verza, Sulla struttura speculare e opposta di due modelli di abuso pedopornografico.

[9] In dottrina cfr. A. Cadoppi, Commento art. 600 ter I e II comma c.p., in A. Cadoppi (a cura di) Commentario delle norme contro la violenza sessuale e contro la pedofilia, Quarta edizione, Padova, 2006, pp. 161-162 “…ritengo che anche di fronte al nuovo testo di legge [riforma del 2006], una interpretazione che dia un qualche spazio al consenso non sia impossibile. Si potrebbe infatti rilevare che anche l’utilizzo implica una strumentalizzazione del minore…Se è così, non è implausibile argomentare che un diciassettenne che vuole essere ritratto in posa pornografica, senza nessuna pressione o abuso di sorta, non venga “utilizzato” per la produzione di quel materiale.”

[10] Per un inquadramento della problematica cfr. M. Bianchi, Il sexting minorile non è più reato, in Dir. pen. cont. – Riv. trim., n. 1/2016, p. 147 ss.; A. Verza, Sulla struttura speculare, cit.

[11] Cfr. Cass. pen., Sez. III, 11 aprile 2017 (dep. 13 luglio 2017), n. 34357, nonché Cass. pen., Sez. III, 18 febbraio 2016 (dep. 21 marzo 2016), n. 11675 in Bancadati Dejure

[12] Corte Edu, sent. 14 aprile 2015, Contrada c. Italia, in questa Rivista. Cfr. F. Viganò, Il nullum crimen conteso: legalità ‘costituzionale’ vs. legalità ‘convenzionale’, in questa Rivista, 5 aprile 2017.

[13] Cfr. Cass. pen., Sez. III, 31 gennaio 2012, n. 27373, Z., Cass. pen., Sez. III, 12 marzo 2015, n. 16340, M., in Bancadati Dejure, peraltro citate nel corpo delle motivazioni delle Sezioni Unite.

[14] Cfr. Cass. pen., 16 aprile 2013 (dep. 10 ottobre 2013), n. 41776 in Bancadati Dejure.