ISSN 2039-1676

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29 giugno 2018 |

F. Ruggieri, Diritto processuale e pratiche criminali, Zanichelli, Bologna 2018, pp. 550

Recensione

1. Questo manuale di Francesca Ruggieri ha tratti di rimarchevole novità.

Nuova è la struttura grafica del testo, privo di note a pie’ di pagina, con frequenti riquadri ipertestuali che chiariscono nozioni e concetti essenziali alla comprensione di quanto spiegato nelle pagine contigue.

Nuova è la riproduzione di atti processuali e la presentazione di casi tratti dall’esperienza giudiziaria, volte a mettere lo studente a contatto con le “pratiche criminali” cui il titolo allude, con suggestiva allusione alle trattazioni degli antichi criminalisti.

Nuova, infine, rispetto alla manualistica corrente, la distribuzione della materia nei ventiquattro capitoli che compongono il volume.

Tali capitoli sono inseriti o raggruppati in parti (undici), che conviene esaminare – pur a grandi linee – nel loro contenuto, per cogliere lo spirito dell’opera, nel tentativo di penetrare il modo – anch’esso originale – che l’autrice ha impiegato per esporre e disporre la materia processuale.

 

2. La Parte I, intitolata Il «mistero» del processo, dà subito un saggio di stile espositivo, entrando nel vivo di tre casi giudiziari illustrati attraverso le brevi motivazioni dei giudici di merito, così da mettere lo studente di fronte al complicato compito del giudicare. Da qui si prende poi spunto (cap. 2°) per presentare i modelli processuali che – anche in prospettiva storica – sono stati elaborati per adempiere quel compito.

La Parte II è dedicata ai Protagonisti del processo. Comprende la parte che il libro I del codice dedica ai soggetti. Per “protagonisti” si intendono, pertanto, i magistrati (giudicanti e requirenti) nonché i soggetti privati (imputato, difensore, vittima, danneggiato da reato). Stranamente non si parla della polizia giudiziaria (pur annoverabile fra i soggetti processuali), forse perché la si ritiene inglobata dentro la funzione requirente: di essa cu si occuperà poi nella parte relativa alle indagini.

Nella Parte III si parla di Strumenti. Il termine è piuttosto criptico, ma basta vedere i titoli dei due capitoli che la compongono per capire che ci si muove qui sul terreno delle prove e del contesto di scoperta o di ricerca che ne propiziano la comparsa. Si parla, pertanto, degli strumenti cognitivi necessari ad assolvere il compito di giudicare. I due capitoli di questa parte esaminano distintamente la parte del libro III del codice di rito che fissano le disposizioni generali sulle prove (cap. V) e quelle che regolano i singoli mezzi di prova e i mezzi di ricerca di prova (cap. VI), con una curiosa inversione rispetto all’ordine seguito dal codice di rito: gli atti a sorpresa (ispezioni,, perquisizioni, sequestri, intercettazioni) sono esaminati prima dei mezzi di prova (prova testimoniale e prova documentale), quasi a volerne sottolineare un’antecedenza logica se non cronologica. E desta qualche sorpresa anche trovare in questo capitolo un ultimo paragrafo dedicato alla “documentazione degli atti” (artt. 134 ss. c.p.p.), tematica che notoriamente trascende il fenomeno probatorio strettamente inteso.

Con la Parte IV si entra nella dinamica processuale. Si parla infatti dell’Indagine intesa come indagine sia pubblica sia privata: trova qui spazio l’esposizione (qui non suffragata da documenti esemplificativi) delle attività condotte dalla polizia e dal pubblico ministero, dei limiti cronologici imposti per l’esaurimento della fase, delle procedure incidentali che vi si possono svolgere (con esclusione tuttavia dell’incidente cautelare, al quale sarà dedicata attenzione in una parte successiva), della segretezza che caratterizza questo segmento procedurale e degli spazi offerti alla difesa, con aperture sia al controllo di legittimità su taluni degli atti compiuti (atti c.d. garantiti), sia alla facoltà di condurre un’investigazione nell’interesse del proprio assistito (persona sottoposta alle indagini o persona offesa dal reato).

La Parte V, dietro il titolo Inazione o azione, esplora gli epiloghi possibili della fase preliminare. È la sede per parlare delle diverse ipotesi di archiviazione alle quali fa da contraltare l’esercizio dell’azione penale, nelle sue molteplici forme: richiesta di rinvio a giudizio, richiesta di giudizio immediato, citazione diretta e direttissima a giudizio, (non si parla, invece, della richiesta di decreto penale di condanna, che pur rappresenta un modo di esercitare l’azione: il tema sarà affrontato in seguito, nella parte VII). Questa parte – come altre à è arricchita da un’illustrazione pratica (il testo di una richiesta di rinvio a giudizio relativa a un famoso caso giudiziario) utile soprattutto per dare al lettore l’idea di come si redige un atto di imputazione.

La Parte VI è incentrata sulle Decisioni. Anche qui l’autrice dà dimostrazione dell’approccio empirico che caratterizza il suo manuale. Il primo capitolo – intitolato Esperimenti di lettura) – mette subito il lettore di fronte a stralci di sentenze (di merito, di legittimità e anche di provvedimenti cautelari), suggerendone l’anatomia alla luce delle componenti strutturali che le caratterizzano: questioni di fatto e questioni di diritto; ragionamenti controfattuali; principi di diritto; valutazione di dati probatori controversi; massime di esperienza, etc.). Il secondo capitolo si concentra invece sui Riferimenti normativi che, con riguardo alle decisioni, spaziano per l’appunto da quelle interinali (definite “decisioni ante iudicium), a quelle di merito, a quelle di legittimità: qui, l’attenzione si focalizza sulle disposizioni disseminate nel codice di rito (dal libro sugli Atti a quelli riguardanti fasi e gradi del processo di cognizione).

La Parte VII ha per titolo Giudizi e contraddittorio ed è composta di due capitoli. Il primo affronta il giudizio dibattimentale, dove il contraddittorio è in via di principio assicurato nella sua maggior ampiezza, in coerenza con il canone costituzionale espresso nell’art. 111 comma 4 cost. Il secondo riguarda invece le diverse ipotesi di contraddittorio cartolare e giudizi allo stato degli atti, grosso modo corrispondenti ai riti alternativi al dibattimento: applicazione di pena su richiesta delle parti, decreto penale di condanna e giudizio abbreviato. Per verità, la dicitura “contraddittorio cartolare” mal si addice a codesti riti “alternativi”, considerato che il patteggiamento si risolve, a ben vedere, in un nolo contendere che si caratterizza per l’assenza di contraddittorio; e lo stesso vale per il decreto penale di condanna, quando l’imputato non vi si oppone; quanto al giudizio abbreviato, chi lo chiede rinuncia al contraddittorio nella formazione della prova, ma non al contraddittorio in quella forma, per così dire attenuata, che l’art. 111 comma 2 cost. assicura a ogni processo giurisdizionale. Si nota inoltre anche qui una singolare inversione nell’ordine degli argomenti, rispetto alla sequenza cronologica dei diversi tipi di rito: la parte riservata agli epiloghi decisori precede quella delle procedure che in quelle decisioni sono destinate a sfociare.

Nella Parte VIII si parla di Invalidità e rimedi. Essa consta di due capitoli che toccano rispettivamente il tema delle invalidità processuali con le corrispondenti sanzioni (nullità, inammissibilità inutilizzabilità) e il sistema delle impugnazioni. Con riguardo al tema delle invalidità, l’autrice distingue opportunamente le prove dagli altri atti processuali: diversi essendo gli effetti degli atti a contenuto conoscitivo (prove) rispetto agli atti di tipo propulsivo o decisorio, è comprensibile che abbiano natura diversa anche le disposizioni volte a neutralizzare il prodursi di quegli effetti, an fronte di taluni errores in procedendo. È tuttavia strano che per gli atti probatori si prendano in esame le sole sanzioni della inammissibilità e della inutilizzabilità, quando si sa che esistono anche casi di prove nulle (es. art. 199, art. 213 comma 3 e art. 222 comma 1 c.p.p.). Si perde così l’occasione per spiegare la ragione che ha indotto il legislatore sanzionare talvolta con nullità l’irrituale formazione dell’atto probatorio: una spiegazione che sarebbe di indiscutibile indubbia utilità per una miglior comprensione della teoria non solo delle prove, ma degli atti processuali in generale.

La Parte IX riguarda le Cautele e il contraddittorio differito. Oggetto di questa parte è il libro IV del codice dedicato alle misure cautelari: una sorta di codice nel codice, nel quale è facile individuare una parte statica (condizioni, presupposti di applicabilità delle misure, relativi criteri di scelta, organi che vi partecipano nella veste di richiedente e di giudicante) e una parte dinamica che riguarda l’instaurazione dell’incidente cautelare, la durata e le vicende della relativa procedura, la sua estinzione e il particolare sistema delle impugnazioni cautelari.

La Parte X parla Del giudicato  e si esaurisce in un capitolo che, in poche pagine, tocca una considerevole varietà di temi: l’effetto preclusivo del ne is in idem; il concetto (giurisprudenziale) del giudicato cautelare; gli effetti vincolanti del giudicato penale in procedimenti civili e amministrativi; il giudicato di condanna come titolo esecutivo e come punto di partenza del successivo procedimento di sorveglianza: ciascuno tema potrebbe essere l’oggetto di lunga e articolata trattazione anche in sede manualistica, considerata la mole di letteratura e giurisprudenza che nel tempo recente ha investito il giudicato penale. Pur in uno spazio ridotto, se non addirittura sacrificato, l’autrice riesce tuttavia a fornire le informazioni essenziali sulle molteplici diramazioni problematiche che si dipartono da questo classico istituto del diritto processuale.

Ai Microsistemi è intitolata l’ultima Parte, la XI. Consta di ben quattro capitoli riguardanti rispettivamente il giudizio penale minorile, il procedimento davanti al giudice penale di pace, la procedura a carico di persone per l’accertamento di responsabilità da reato e le modalità procedurali relative ai rapporti fra giurisdizioni penali.

Queste ultime, per verità, sono classificabili a fatica fra i “microsistemi” processuali, per via del carattere inevitabilmente parziale e frammentario delle attività o decisioni che capita di compiere o adottare in sede di cooperazione giudiziaria. Questo capitolo del manuale avrebbe meritato – io credo – una parte a sé stante, per l’assoluta peculiarità delle norme di riferimento, così palesemente condizionate dai rapporti politici fra gli Stati e, comunque, non inquadrabili in un microsistema processuale. La cooperazione giudiziaria in ambito euro-unitario poi è tema che esigerebbe non una parte in un manuale di diritto processuale penale, bensì un manuale a sé e un corso accademico a parte, tale è ormai il rilievo– per quantità e importanza – di norme (con relative prese di posizione giurisprudenziali) volte ad agevolare i rapporti fra le polizie e le magistrature dei Paesi UE.

 

3. In conclusione, un manuale nuovo e coraggioso, con molti pregi e qualche smagliatura che una prossima edizione potrebbe correggere, se l’autrice concordasse con le amichevoli critiche qui affiorate. Merita valutazione positiva l’uso intelligente dei casi e dei documenti processuali capace di fornire allo studente una rappresentazione realistica del fenomeno spiegato attraverso l’illustrazione ragionata degli atti. Coraggiosa poi la scelta di ricombinare l’ordine degli argomenti, secondo un percorso a tratti poco intuitivo, perché diverso tanto dall’ordine che chi ha redatto il codice ha seguito nel compilare gli undici libri di questo corpus normativo, quanto dal sistema espositivo in uso nei principali manuali in circolazione.

Qui si annida un limite dell’opera recensita, giacché il lettore, abituato all’ordine codicistico così come alla manualistica tradizionale, può trovarsi disorientato e in difficoltà nel trovare, a colpo sicuro, in un unico capitolo, il tema che gli interessa. Vero che da questo limite può scaturire un vantaggio, perché il lettore meno pigro (esistono anche studenti curiosi e di buona volontà) può trovare nella diversa disposizione della materia il manuale propone, uno spunto per riflettere in maniera originale e non ste­reotipata su istituti anche tradizionali della nostra procedura penale. Ad esempio, trattare in parti diverse i procedimenti speciali di tipo autoritativo (come giudizio immediato, giudizio direttissimo) rispetto ai riti alternativi al dibattimento, definiti su base con­sensuale (es. giudizio abbreviato e patteggiamento) dovrebbe stimolare una rifles­sione sulle diverse origini di istituti che il codice concentra in un medesimo libro (il VI). Per conto, concentrare in una sola parte sanzioni processuali e impugnazioni – sotto il comun denominatore dei rimedi – evoca l’idea che le invalidità sono sempre motivi di im­pugnazione, benché sia riduttivo considerarli solo in questa prospettiva. E ancora, concentrare in un’unica parte il tema delle “decisioni”, serve certo a evidenziare – con opportune esemplificazioni tratte dalla realtà viva di significative vicende processuali – i comuni aspetti strutturali delle sentenze. Rischia però, al contempo, di sbiadire la profonda differenza che tuttora sussiste fra sentenze di merito e sentenze di legittimità. Molto dipenderà dall’uso che gli studenti sapranno fare di questa originale distribuzione della materia. L’esperienza dirà se il percorso didattico suggerito dall’autrice abbia in sé la forza di favorire un ripensamento sugli istituti e sui temi trattati. Si esige un lettore attento, curioso, attivo nell’interloquire a distanza con l’autrice, quasi a interrogarla sull’itinerario seguito nel distribuire la materia.

 

4. Un’ultima notazione riguarda l’equilibrio e la proporzione fra le diverse parti trattate. Si sa che ogni manuale, nel riflettere le preferenze per certi temi di chi lo concepisce e lo redige nasce, per così dire, sproporzionato, squilibrato. Uno squilibrio per così dire fisiologico, del quale ogni autore/autrice è ben consapevole e, in qualche caso, persino orgoglioso. Il manuale di Diritto processuale e pratiche criminali di Francesca Ruggieri non fa eccezione. Io trovo, ad esempio, che le parti dedicate ai procedimenti speciali (Parte V e Parte VII) siano un po’ troppo “sacrificate”, a fronte dell’importanza che – proprio nelle “pratiche criminali” – hanno assunto queste modalità procedurali. Non guasterebbe una maggior attenzione a questo capitolo della nostra attuale procedura penale, anche in chiave di ricostruzione critica dei diversi tipi di procedimento speciale.

Analogo discorso vale per le parti dedicate all’esecuzione penale, al procedimento di sorveglianza e ai rapporti giurisdizionali con autorità straniere. Con l’aggiunta che queste ultime tematiche hanno guadagnato (o stanno gua­da­gnando) rimarchevole autonomia anche sul piano didattico, considerato che – già da tempo – nelle nostre Università, esistono corsi di Diritto dell’esecuzione penale, di Diritto penitenziario, di Giustizia penale minorile e di Procedura penale internazionale ed europea (in larga parte riguardante proprio la cooperazione giudiziaria intra- ed extra-UE). Chi partorisce un manuale focalizzato principalmente sul processo pe­nale di cognizione, avverte certo i molti, intensi rapporti che la materia trattata intrat­tiene con i settori contigui del­l’e­secuzione penale e della cooperazione giudiziaria. Ma – come detto – l’importanza assunta dall’evoluzione normativa, dalle relative querelle giurispru­denziali e dal dibattito dottrinale su questi settori dell’esperienza giuridica è tale da sconsigliare una loro inclu­sione nel recinto didattico della procedura penale. Ciò non significa che non se ne possa parlare. Anzi, farne menzione è segno di ampiezza di vedute e completezza di approccio. Ben vengano cenni a codeste normative, per così dire adiacenti al processo penale di cognizione, purché si abbia l’accortezza di avvertire il lettore che, in un manuale di Diritto processuale penale, quei cenni sono necessariamente sommari.