ISSN 2039-1676

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26 marzo 2018

La Consulta riconosce l’illegittimità del decreto-legge mirato a neutralizzare gli effetti concreti del sequestro preventivo disposto per prevenire infortuni sul lavoro (ancora sulla decretazione “salva Ilva”)

Corte cost., 23 marzo 2018, n. 58, Pres. Lattanzi, est. Cartabia

Per leggere il testo della sentenza, clicca qui.

 

1. Diamo notizia immediata, nel mentre se ne prepara un’adeguata presentazione da pubblicare nei prossimi giorni, della decisione della Corte costituzionale n. 58 del 2018, che ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 3 del decreto-legge 4 luglio 2015, n. 92 (Misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonché per l’esercizio dell’attività d’impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale), in accoglimento delle questioni sollevate dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Taranto in un procedimento relativo al noto stabilimento Ilva di quella città.

 

2. In estrema sintesi. Un infortunio mortale si era verificato presso un altoforno dello stabilimento, ed in conseguenza di ciò l’impianto era stato posto ad oggetto di un provvedimento di sequestro preventivo senza facoltà d’uso da parte dell’azienda. Era già accaduto in passato, nella travagliata storia delle acciaierie tarantine, che il Governo intervenisse d’urgenza con norme finalizzate a neutralizzare gli effetti concreti di provvedimenti cautelari reali assunti dall’Autorità tarantine. Si allude in sostanza al decreto-legge n. 207 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla n. 231 del 2012. Anche in quel caso erano stati promossi (al fianco di giudizi per conflitto di attribuzione) alcuni procedimenti incidentali innanzi alla Consulta, la quale però, con la nota sentenza n. 85 del 2013, aveva dichiarato inammissibili od infondate le varie questioni di legittimità costituzionale sollevate in quel contesto. Evidentemente consapevole del precedente, di fronte ad un nuovo stallo produttivo connesso ad un sequestro di impianti asseritamente pericolosi, il Governo ha ritenuto di poter nuovamente intervenire sugli effetti di provvedimenti cautelari in atto, emanando appunto il decreto-legge n. 92 del 2015. Va subito detto che l’art. 3 è stato formalmente abrogato prima che scadesse il termine per la conversione del decreto d’urgenza, mediante una legge che, per altro, ne ha completamente riprodotto il testo (art. 21-octies della legge n. 132 del 2015), facendone salvi gli effetti antecedenti. Come ha osservato la Consulta nel provvedimento che pubblichiamo, «la norma introdotta dalla disposizione impugnata ha […] continuato ininterrottamente a esplicare effetti nell’ordinamento, dalla entrata in vigore del decreto-legge impugnato fino ad oggi, assicurando [il] protrarsi dell’attività d’impresa […] nonostante l’intervenuto sequestro».

 

3. Ebbene, il censurato art. 3 disponeva tra l’altro che: «[…] l’esercizio dell’attività di impresa degli stabilimenti di interesse strategico nazionale non è impedito dal provvedimento di sequestro […]  quando lo stesso si riferisca ad ipotesi di reato inerenti alla sicurezza dei lavoratori». A fini di bilanciamento era per altro stabilito che il “libero” esercizio potesse proseguire per una durata massima di dodici mesi, e che nel termine massimo di trenta giorni fosse comunque predisposto un piano   di riduzione del rischio «anche di tipo provvisorio», con successive attività di monitoraggio. Non imprevedibilmente, ed infine, era stabilito che le nuove disposizioni si applicassero «anche ai provvedimenti di sequestro già adottati alla data di entrata in vigore» del decreto-legge.

 

4. Dovendo provvedere su istanze della proprietà Ilva, finalizzate all’applicazione della nuova normativa, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 3, prospettandone il contrasto con gli artt. 2, 3, 4, 32, primo comma, 35, primo comma, 41, secondo comma, e 112 della Costituzione.

La Consulta, come annunciato, ha ritenuto fondate le questioni (salvo che per l’ultimo dei parametri evocati dal rimettente), riferendosi tanto alla norma censurata che a quella intervenuta successivamente, al fine di sostituirne la collocazione.

Il fulcro del provvedimento nasce dalla comparazione tra la nuova disciplina e quella “salvata” dalla già citata sentenza n. 85 del 2013. Già in quella sede la Corte aveva stabilito che provvedimenti del genere sono tollerabili quando esprimono un ragionevole bilanciamento tra esigenze della produzione ed esigenze di tutela della vita e della salute delle persone. Nella specie il bilanciamento tentato dal legislatore non è riuscito, soprattutto considerata la sostanziale autonomia dell’azienda nella individuazione delle misure provvisorie utili per la prosecuzione dell’attività nonostante il sequestro preventivo gravante sull’impianto.

In attesa di una adeguata presentazione del provvedimento, eccone il dispositivo:

«illegittimità costituzionale dell’art. 3 del decreto-legge 4 luglio 2015, n. 92 (Misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonché per l’esercizio dell’attività d’impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale) e degli artt. 1, comma 2, e 21-octies della legge 6 agosto 2015, n. 132 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 giugno 2015, n. 83, recante misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria)». (G.L.)