ISSN 2039-1676

logo università degli studi di Milano


13 settembre 2017 |

Le Sezioni Unite ridisegnano i confini del delitto di violazione delle prescrizioni inerenti alla misura di prevenzione alla luce della sentenza De Tommaso: un rimarchevole esempio di interpretazione conforme alla CEDU di una fattispecie di reato

Cass., Sez. Un. Pen., sent. 27 aprile 2017, n. 40076, Pres. Canzio, Rel. Fidelbo, Ric. Paternò

1. Le onde telluriche innescate dalla sentenza De Tommaso[1] al sistema delle misure di prevenzione disegnato dal codice antimafia cominciano a farsi sentire anche ai piani… più alti del nostro ordinamento, rappresentati qui dalle Sezioni Unite. Le quali, con una perspicua e coraggiosa sentenza, dichiarano inapplicabile il delitto di violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno di cui all’art. 75 co. 2 del d.lgsl. n. 159/2011 (c.d. codice antimafia) rispetto all’ipotesi delle violazione delle generiche prescrizioni di “vivere onestamente” e di “rispettare le leggi”, già censurate dalla Corte EDU nella sentenza di De Tommaso in quanto del tutto indeterminate.  

In un momento storico in cui sembrano dominare le spinte centripete ostili al progetto di europeizzazione del sistema penale italiano, in nome della tutela dell’‘identità costituzionale’ e delle specificità della nostra tradizione, la Cassazione nella sua massima composizione riconosce la vincolatività – e assieme la piena condivisibilità nel merito – di una importante pronuncia di Strasburgo resa dalla Grande Camera nei confronti del nostro paese, procedendo direttamente a correggere l’antinomia tra il diritto interno e il diritto convenzionale attraverso il duttile strumento dell’interpretazione conforme: strumento con il quale le Sezioni Unite superano ancora una volta le resistenze e le timidezze della Corte costituzionale, raggiungendo esse stesse in via ermeneutica un risultato al quale i nostri giudici costituzionali si erano sinora sempre rifiutati di pervenire.

 

2. Anzitutto, il caso di specie.

Il ricorrente era stato condannato dalla Corte d’appello di Caltanissetta alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione per i delitti di violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale e di lesioni personali aggravate, tra loro in continuazione. In particolare, quanto al primo titolo delittuoso, all’imputato era stato contestato di avere contravvenuto “alla prescrizione impostagli di vivere onestamente, commettendo il reato di lesioni mentre si trovava sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno.

Il suo ricorso in cassazione veniva nel marzo scorso assegnato alle Sezioni Unite, essendo nel frattempo intervenuta la citata sentenza De Tommaso della Corte EDU, che – come noto – aveva censurato tra l’altro il deficit di precisione e prevedibilità di talune prescrizioni inerenti alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale, tra le quali, appunto, quella di “vivere onestamente e di rispettare le leggi”.

 

3. Il Collegio formula nel modo seguente il thema decidendum: “se la norma incriminatrice di cui all’art. 75 d.lgs. n. 159 del 2011, che punisce la condotta di chi violi gli obblighi e le prescrizioni imposti con la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza ai sensi dell’art. 8 del d.lgs. cit., abbia ad oggetto anche la violazione delle prescrizioni divivere onestamenteerispettare le leggi”; e chiarisce subito di voler affrontare il quesito alla luce dei principi di tipicità, precisione, determinatezza e tassatività delle norme incriminatrici, che impongono all’interprete di individuare “opzioni ermeneutiche costituzionalmente e convenzionalmente orientate” (p. 3).

 

4. Dopo una puntuale ricostruzione della genesi storica del delitto in parola (p. 4-5), il Collegio rileva come il secondo comma dell’art. 75 punisca oggi come delitto ogni tipo di inosservanza degli obblighi e delle prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale c.d. qualificata (ossia con obbligo di soggiorno), con una conseguente equiparazione sanzionatoria – già ritenuta legittima dalla Corte costituzionale (sent. n. 161/2009) – di condotte che ben possono presentarsi in concreto, con un diverso grado di offensività.

Tra tali condotte parrebbero rientrare, osserva la S.C., anche le prescrizioni “di genere” relative al “vivere onestamente” e “rispettare le leggi”, che si distinguono rispetto alle prescrizioni “specifiche” riferite a un facere individuato dalla legge, come il divieto di allontanarsi dalla dimora, di detenere e portare armi, etc.

Rammenta il Collegio come il possibile contrasto di tali prescrizioni – nella misura in cui la violazione delle stesse sia costitutiva di reato – con il principio di determinatezza sia stato più volte sottoposto all’attenzione della Corte costituzionale, ma sia sempre stato da essa escluso (sent. n. 27/1959, ord. n. 354/2003, e da ultimo sent. n. 282/2010, ove si afferma che tali prescrizioni si risolvono “nel dovere imposto [al soggetto sottoposto alla misura] di adeguare la propria condotta ad un sistema di vita conforme al complesso delle suddette prescrizioni, tramite le quali il dettato di ‘vivere onestamente’ si concretizza e si individualizza”, e che la prescrizione di “rispettare le leggi” si riferisca al dovere di rispettare “tutte le norme a contenuto precettivo […]: non soltanto le norme penali, dunque, ma qualsiasi disposizione la cui inosservanza sia indice della già accertata pericolosità”).

Analoghi orientamenti sono stati manifestati sinora dalla giurisprudenza di legittimità, che ha costantemente escluso il contrasto dell’incriminazione delle violazioni dei precetti ‘generici’ in parola, concludendo anzi nel senso del concorso formale tra il delitto di cui all’art. 75 co. 2 e i reati comuni commessi dal sorvegliato speciale, nella logica di inasprimento sanzionatorio che ispira il complessivo impianto normativo; nonché, addirittura, ammettendo che il reato de quo sia integrato dalla consumazione di un illecito amministrativo, come la guida di un motociclo senza casco, la guida di autovettura priva di targa, etc. Non si registrano, invece, decisioni di legittimità che ravvisano la sola prescrizione di “vivere onestamente”, evocata di regola unitamente a quella di “rispettare di leggi” in caso di commissione di qualsiasi condotta illecita (di rilevanza penale o, per l’appunto, anche solo amministrativo (p. 8-10).

 

5. Il rigore di questa giurisprudenza era stato, peraltro, parzialmente temperato dalla recente sentenza Sinigaglia delle Sezioni Unite (sent. n. 32923/2014), che – riprendendo risalenti spunti presenti nella stessa giurisprudenza di legittimità – aveva limitato l’area delle violazioni rilevanti ai fini del delitto de quo a quelle che si risolvono “nella vanificazione sostanziale della misura imposta”, risultando espressive di una “effettiva volontà di ribellione all’obbligo o al divieto di soggiorno: e ciò in omaggio ai principi di offensività e proporzionalità, che escludono la possibilità di “equiparare, in una omologante indifferenza valutativa, ogni e qualsiasi défaillance comportamentale, anche se ascrivibile a un soggetto qualitativamente pericoloso” – come nel caso, oggetto della pronuncia, della mancata esibizione della carta precettiva.

Richiamando tale precedente, ampiamente valorizzato anche dalla Procura generale nella propria memoria, la Suprema Corte si chiede ora se la strada di una interpretazione conforme ai principi di offensività e proporzionalità, mirante a circoscrivere in via ermeneutica l’area delle violazioni la cui trasgressione configurerebbe il delitto in parola, sia sufficiente a porre al riparo la norma dalle possibili obiezioni sul diverso fronte della sufficiente determinatezza/precisione, oggetto specifico delle censure della Corte europea.

La risposta è, tuttavia, negativa: una simile strada rende, in effetti, ancora più incerta e imprevedibile la condotta contemplata dalla norma incriminatrice, aprendo spazi di discrezionalità al giudice difficilmente compatibili con il principio di legalità, senza risolvere dunque il deficit di determinatezza di un delitto imperniato sulla violazione della prescrizione di honeste vivere (p. 13).

 

6. Le Sezioni Unite sono dunque chiamate ora – prosegue il Collegio – a una lettura del diritto interno conforme alla CEDU e al tempo stesso (ed anzi in via prioritaria) alla Costituzione; e in particolare a una “lettura ‘tassativizzante’ e  tipizzante della fattispecie”, anche a costo di superare “una giurisprudenza di legittimità che, fino ad oggi, non mostra di essersi confrontata adeguatamente con tali problematiche” (p. 15).

La noma penale in questione utilizza la tecnica del rinvio, richiamando in modo indistinto le prescrizioni e gli obblighi indicati in una diversa disposizione (l’art. 8 del codice antimafia); ma il richiamo agli obblighi e alle prescrizioni in parola non può che essere riferito, secondo la S.C., “soltanto a quegli obblighi e a quelle prescrizioni che hanno un contenuto determinato e specifico, a cui poter attribuire valore precettivo: caratteri, questi, che evidentemente difettano nelle prescrizioni di “vivere onestamente” e “rispettare le leggi”. Anzi, osserva perspicuamente il Collegio, “è dubbio che [esse] possano considerarsi vere e proprie prescrizioni […], dal momento che non impongono comportamenti specifici, ma contengono un mero ammonimento ‘morale’, la cui genericità e indeterminatezza dimostra l’assoluta inidoneità ad integrare il nucleo di una norma penale incriminatrice” (p. 15).

D’altra parte, l’obbligo di rispettare le leggi è formulato dalla disposizione in parola in termini talmente vaghi e generici da risultare, in effetti, privo di qualsiasi contenuto precettivo, risolvendosi – come osservato dalla Corte di Strasburgo – in un riferimento indistinto a tutte le leggi dello Stato, non consentendo di individuare la condotta o le condotte dal cui accertamento derivi una responsabilità penale, e per converso attribuendo uno spazio di incontrollabile discrezionalità al giudice nel momento in cui dovesse procedere a siffatta determinazione. Il che produce, a sua volta, un inammissibile deficit di conoscibilità del precetto penale da parte del destinatario della norma penale, e – conseguentemente – l’assoluta inidoneità della norma a orientare il suo comportamento, con connesso vulnus allo stesso principio di colpevolezza (p. 16-17).

La Corte conclude, dunque, nel senso che “in presenza di un precetto indefinito l’ordinamento non può neppure pretenderne l’osservanza”: osservazione da cui deriva, logicamente, la conseguenza che il delitto in esame dovrà essere ritenuto integrato unicamente dalla violazione delle prescrizioni specifiche inerenti all’obbligo di soggiorno con sorveglianza speciale, aventi autonomo contenuto precettivo.

Tale rilettura restrittiva della fattispecie – chiosa, sorniona e quasi en passant, la S.C. – dispensa da ogni valutazione circa la necessità di sollevare incidente di costituzionalità della fattispecie penale per difetto di determinatezza.

 

7. In applicazione del principio enunciato, il soggetto sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, il quale violi una legge penale o commetta un illecito amministrativo durante l’applicazione della misura, dovrà essere sanzionato solo per il reato o l’illecito amministrativo commesso; ferma restando la possibilità di valorizzare tali violazioni ai fini dell’eventuale aggravamento della misura di prevenzione, ai sensi dell’art. 11 del codice antimafia, ben potendo le condotte in parola costituire indizio di una maggiore pericolosità del soggetto.

Ovvie le conseguenze nel caso di specie: la sentenza viene annullata nel solo capo relativo alla sussistenza del delitto di cui all’art. 75 co. 2, con conseguente rinvio alla corte territoriale per la rideterminazione della pena in relazione al solo delitto di lesioni personali aggravate.

 

* * *

 

8. Come dovrebbe essere risultato evidente dalla sintesi che precede, il significato di questa sentenza eccede, e di molto, lo specifico thema decidendum, coinvolgendo – ancora una volta – il tema dell’adeguamento del nostro ordinamento agli obblighi di tutela dei diritti fondamentali nella loro dimensione europea, e degli strumenti per assicurare tale obiettivo.

Il dato di partenza da cui muovevano le Sezioni Unite erano, da un lato, una serie di sentenze della Corte costituzionale – da ultima, l’incredibile sentenza n. 282/2010 – che avevano ritenuto compatibile con il principio di precisione/sufficiente determinatezza della legge penale una norma incriminatrice che sanzionava, tra l’altro, la violazione dei precetti di “vivere onestamente” e di “rispettare le leggi”; e dall’altro la recentissima sentenza della Corte EDU che, nella sua massima composizione, aveva invece ritenuto – in diametrale contrasto con le valutazioni della Consulta – una simile norma del tutto incompatibile con il principio di legalità nella sua dimensione europea.

In una simile situazione, la soluzione più ovvia – e che probabilmente qualsiasi professore di diritto costituzionale avrebbe indicato come obbligata – sarebbe stata quella della proposizione di una nuova questione di legittimità costituzionale, questa volta per contrasto – oltre che con l’art. 25 co. 2 Cost. – anche con l’art. 117 co. 1 Cost., in riferimento all’art. 7 CEDU così come interpretato dalla Corte europea nella sentenza De Tommaso. Soluzione che avrebbe, di fatto, sollecitato la Consulta ad una rimeditazione della propria precedente giurisprudenza, alla luce delle sensatissime osservazioni dei colleghi di Strasburgo.

Le Sezioni Unite evitano però di percorrere questa strada, del resto gravida di incognite sulla possibile risposta della Corte costituzionale; e decidono invece di ricorrere allo strumento dell’interpretazione conforme, cancellando in via ermeneutica dall’area della fattispecie penalmente rilevante due ipotesi – la violazione delle prescrizioni di “vivere onestamente” e di “rispettare le leggi” – pure ricomprese inequivocabilmente dal tenore letterale della disposizione di cui all’art. 75 co. 2 del codice antimafia, che rinvia a tutte le prescrizioni inerenti alla misura di sicurezza della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Operazione ermeneutica che costituisce un rimarchevole esempio di quella che Larenz chiamava “riduzione teleologica della fattispecie” – basata sul presupposto, esattamente contrario a quello caratteristico dell’estensione analogica della fattispecie, che la disposizione plus dixit quam voluit –; anche se il telos viene qui identificato non già nello scopo della singola disposizione, bensì nei principi che l’ordinamento nel suo complesso (anche nella sua dimensione ‘integrata’ europea) indica come immanenti all’intero sistema penale.

E tra tali principi – anche questo è un profilo di grande interesse, peraltro sempre più valorizzato nella recente giurisprudenza delle Sezioni Unite  – si annovera lo stesso principio di precisione/sufficiente determinatezza (o ancora, secondo altra terminologia, di tassatività) della norma penale, utilizzato qui non già come canone di legittimità costituzionale (come usualmente viene presentato nella manualistica), bensì come canone ermeneutico a disposizione del giudice comune per ridurre l’area delle fattispecie criminose rispetto al loro tenore letterale, attraverso l’esclusione dal loro ambito applicativo di quelle sottofattispecie i cui confini non si lascino chiaramente definire e circoscrivere in astratto, e che conseguentemente spalancano spazi di discrezionalità giudiziaria incompatibili con lo stesso principio di soggezione del giudice alla legge, particolarmente stringente proprio nella materia criminale.

Un’operazione, quella compiuta dalla Cassazione, che mi pare del tutto conforme alla ratio, o meglio alle rationes, del principio di legalità in materia penale: il quale non impone, come a volte si mostra di ritenere, una cieca fedeltà alla lettera della legge, bensì esprime esigenze di garanzia per l’individuo, che ben possono imporre una deviazione dai canoni dell’interpretazione puramente letterale, allorché ciò sia necessario per assicurare che l’applicazione della legge penale sia prevedibile da parte del suo destinatario, e non condizionata a troppo ampie valutazioni discrezionali da parte del giudice incompatibili.

 

9. Sotto un punto di vista – diremmo – di politica giudiziaria, il messaggio lanciato dalla Cassazione è assai chiaro.

Ancora una volta, la Cassazione fa sapere alla Corte costituzionale di essere determinata a proseguire sulla strada dell’adeguamento del nostro sistema penale ai diritti fondamentali nella loro dimensione integrata (costituzionale ed ‘europea’): se necessario, procedendo anche da sola su questo cammino. Senza far ricorso, almeno per ora, alla diretta applicazione delle norme europee – quanto meno sino a che non si porrà una questione che coinvolge la possibile diretta applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea –; ma utilizzando fino in fondo lo strumento dell’interpretazione conforme, che le stesse sentenze gemelle n. 348 e 349 del 2007 avevano indicato come compito essenziale della giurisdizione comune, ed anzi come condizione di ammissibilità dello stesso incidente di costituzionalità, che presuppone – come è noto – l’impossibilità di pervenire ad un’interpretazione conforme della norma impugnata.

L’obiezione consueta contro l’ampio uso dell’interpretazione conforme da parte della giurisprudenza comune rispetto all’incidente di costituzionalità è, naturalmente, quella che sottolinea come le sentenze dei giudici comuni, a differenza di quelle della Corte costituzionale, non abbiano effetto erga omnes, e non modifichino il dettato normativo, lasciando così aperta la possibilità di future pronunce difformi: in netto contrasto con la filosofia di fondo del sistema di controllo di costituzionalità accentrato disegnato dal costituente, ideato in consapevole contrapposizione al sistema di controllo diffuso caratteristico del sistema statunitense, dove la prospettiva stessa di un judicial scrutiny delle decisioni del legislatore fu per la prima volta concepita.

Proprio per schermare il più possibile un simile rischio, con le connesse prospettive di incertezza delle future decisioni giudiziali, la Cassazione – e in particolare il suo Primo Presidente, al quale spetta istituzionalmente la decisione relativa – ha ritenuto di investire da subito le Sezioni Unite, giusto all’indomani della pronuncia De Tommaso e senza attendere che sul punto in discussione si pronunciassero, magari in modo tra loro difforme, le sezioni semplici o i diversi collegi in seno alle stesse.

Il che mostra, da un punto di vista – ancora – di politica giudiziaria (e di diritto in action), un modo di intendere la giurisprudenza delle Sezioni Unite, da parte della Cassazione nel suo complesso, come formante tendenzialmente vincolante per le decisioni future, a garanzia della prevedibilità e della certezza del diritto per i consociati: un formante dotato di un'autorità analoga – almeno dal punto di vista funzionale – a quello delle pronunce della Corte costituzionale, e tale comunque da modificare de facto il diritto vigente attraverso la formazione di un diritto vivente dotato del massimo grado possibile di autorevolezza. Anche a costo – come è avvenuto in questo caso – di modificare di fatto l’estensione applicativa di una norma incriminatrice, rispetto a quanto desumibile dal suo tenore letterale.

 

10. Rispetto, infine, ai più vasti interrogativi sollevati dalla sentenza De Tommaso in merito alla disciplina delle nostre misure di prevenzione, tutto resta ancora da scrivere.

Il nodo davvero problematico emerso dalla sentenza della Grande Camera concerne, infatti, l’imprecisione delle fattispecie di pericolosità generica di cui all’art. 1 lett. a) e b) del codice antimafia, che sono il presupposto al tempo stesso di misure di prevenzione personali e patrimoniali: profilo su cui la sentenza delle Sezioni Unite qui all’esame, giustamente, si astiene dall’intervenire, e che peraltro è stato già sottoposto alla Corte costituzionale dai giudici della prevenzione alla luce di De Tommaso[2].

Nuovi, intriganti scenari si profilano dunque all’orizzonte.

 


[1] Corte Edu, Grande Camera, sent. 23 febbraio 2017, de Tommaso c. Italia, in questa Rivista, 3 marzo 2017, con nota del sottoscritto, La Corte di Strasburgo assesta un duro colpo alla disciplina italiana delle misure di prevenzione personali. Sulla sentenza, cfr. anche gli ulteriori contributi che appaiono nella colonna a sinistra del presente documento.

[2] Cfr. Corte d’appello di Napoli, VIII Sez. pen. – misure di prevenzione, ord. 14 marzo 2017, Pres. Grasso, Est. Cioffi, in questa Rivista, 31 marzo 2017, con nota del sottoscritto, Illegittime le misure di prevenzione personali e patrimoniali fondate su fattispecie di pericolosità generica? Una prima ricaduta interna della sentenza De Tommaso.