ISSN 2039-1676


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28 febbraio 2011 |

L'ONU porta Gheddafi davanti alla Corte Penale Internazionale

Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU riferisce la situazione in Libia alla Corte Penale Internazionale

1. Nei giorni scorsi, di fronte alle notizie sempre più allarmanti di brutali repressioni da parte del regime di Gheddafi contro il popolo libico, impegnato da giorni in manifestazioni di massa contro il regime, si era rincorsa la voce su diversi quotidiani italiani e stranieri che la Corte Penale Internazionale dell’Aia (CPI) si stesse occupando della vicenda e potesse intervenire a fermare le violenze in corso.
 
Tale ipotesi aveva peraltro incontrato la smentita del Procuratore della Corte, che in una nota ufficiale del 23 febbraio aveva testualmente affermato: “La decisione di fare giustizia in Libia spetta al popolo libico. Al momento la Libia non è uno stato parte dello Statuto di Roma, perciò un intervento della CPI sui presunti crimini commessi in Libia può solo avvenire se le autorità libiche accettano la giurisdizione della Corte (ex articolo 12(3) dello Statuto di Roma). In mancanza di tale passo, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite può decidere di riferire la situazione alla Corte. L’ufficio del Procuratore agirà solo dopo che una di tali decisioni sia stata presa”.
 
Significativamente, la reazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU non si è lasciata attendere.
 
Con Risoluzione 1970 del 26 febbraio 2011, il Consiglio di Sicurezza, agendo sotto il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, ha tempestivamente deciso di adottare sanzioni contro il regime di Gheddafi – tra cui in particolare l’embargo all’importazione ed esportazione di armi - e al contempo ha riferito la situazione alla Corte Penale Internazionale: “Considerando che l’attacco esteso e sistematico che è in corso nella Jamahiriya libica contro la popolazione civile può integrare crimini contro l’umanità”.
 
Il giorno precedente il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU aveva deciso di inviare urgentemente una commissione di indagine indipendente per investigare le presunte violazioni dei diritti umani in Libia, stabilire i fatti e le circostanze di tali presunti crimini e, ove possibile, identificare i responsabili.
 
Occorrerà certo attendere i risultati delle indagini ma dalle notizie filtrate si teme che le vittime possano essere migliaia; quel che è certo è che l’impiego massiccio della forza sui manifestanti, gli attacchi indiscriminati commessi dalle forze armate del regime, che avrebbero addirittura bombardato la folla dagli aerei, sono stati ordinati direttamente da Gheddafi, il comandante supremo della rivoluzione, che manteneva fino a pochi giorni fa il controllo assoluto in Libia e che non si è sottratto dall’apparire pubblicamente nei giorni della repressione ad incitare i suoi seguaci a combattere fino alla fine per sedare la rivolta.
 
Non pare pertanto improbabile che lo stesso Gheddafi sarà oggetto di incriminazione davanti alla Corte, se le indagini verranno avviate.
 
Com’è noto, l’immunità non vale più proteggere capi di Stato o di governo che si siano macchiati di gravi violazioni del diritto internazionale e che possono oggi essere chiamati a risponderne davanti ai tribunali penali internazionali.
 
A tale proposito, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza contiene intanto il divieto di lasciare il paese per Gheddafi, i suoi figli e vari altri membri del regime, tra cui il ministro della difesa, i responsabili della sicurezza, delle forze armate, ed altri membri del “comitato rivoluzionario”, tutti personalmente e a vario titolo implicati nelle violenze contro i manifestanti.
 
2. La Corte Penale Internazionale è un organo indipendente. Occorre chiarire che la Corte non è un organo dell’ONU; si tratta bensì di un organismo giudiziario indipendente. La Corte è istituita su base pattizia ed il suo riconoscimento passa attraverso la ratifica di un trattato internazionale, lo Statuto di Roma (dal luogo ove fu firmato nel 1998).
 
In linea di principio la Corte può occuparsi esclusivamente di crimini commessi sul territorio o ad opera di cittadini di Stati-parte (ossia che abbiano ratificato lo Statuto). Tuttavia un complicato meccanismo di raccordo, che fu deciso in sede di negoziati, rende possibile attivare la giurisdizione della Corte per crimini da chiunque commessi anche al di fuori del territorio degli Stati-parte.
 
Tale meccanismo si fonda appunto sulla denuncia presentata da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: una sorta di deferimento della questione alla Corte che prescinde dai consueti criteri di territorialità e nazionalità.
 
La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU era quindi un atto necessario per dotare la Corte della giurisdizione nel caso di specie, non essendo la Libia parte della Corte, come già ricordato dal Procuratore, nè avendo le autorità libiche dichiarato di accettare la giurisdizione della Corte nel caso concreto ai sensi dell’articolo 12(3) dello Statuto, che può fondare la giurisdizione ad hoc. Peraltro la risoluzione chiarisce che le eventuali responsabilità di cittadini non-libici, di nazionalità di paesi non parte della CPI, rimarranno di esclusiva competenza dei rispettivi tribunali.
 
D’altra parte il deferimento della situazione da parte del Consiglio di Sicurezza non equivale di per sé all’apertura di un’indagine davanti alla Corte. Il Procuratore mantiene discrezionalità sul punto e può decidere di non aprire un’indagine qualora ritenga che non vi sia una base ragionevole per farlo (ai sensi dell’articolo 53 dello Statuto). In tale valutazione il Procuratore deve tenere in considerazione la gravità dei presunti crimini, l’interesse delle vittime e gli interessi della giustizia. Il Procuratore può anche decidere di non procedere all’esito delle indagini, qualora manchino le condizioni per farlo.
 
La decisione di non aprire un’indagine o di non procedere può essere eventualmente rivista dai giudici della camera preliminare su istanza del Consiglio di Sicurezza.
 
È la seconda volta che la comunità internazionale fa ricorso a tale meccanismo di attivazione della giurisdizione della CPI: la prima volta fu nel 2005 e la risoluzione del Consiglio di Sicurezza aveva ad oggetto i crimini commessi contro la popolazione civile del Darfur. Le indagini scaturite da quella risoluzione hanno portato nel 2008 all’emissione di un mandato di arresto nel confronti del Presidente sudanese Omar Al Bashir per crimini contro l’umanità e genocidio (mandato che è rimasto per il momento non eseguito).
 
Non è escluso peraltro che, come nel caso del Darfur, il Procuratore deciderà di avviare sue indagini indipendenti, affidate a investigatori della Corte, e non si baserà sugli atti raccolti dalla commissione di indagine istituita dall’ONU, proprio a sottolineare la totale indipendenza della Corte.
 
3. Il diritto penale internazionale in soccorso della pace. Come affermato dal Segretario Generale dell’ONU BanKi-moon, tale netta e decisiva azione da parte del Consiglio nel caso della Libia è un segnale importante e, sebbene non possa di persè mettere fine alla violenza ed alla repressione, rappresenta un passo importante e una chiara espressione della volontà dell’intera comunità internazionale (la risoluzione è adottata all’unanimità).
 
Allo stesso tempo il messaggio è stato lanciato che le violazioni dei diritti umani non saranno tollerate e che i responsabili di tali violenze saranno portati in giudizio e chiamati a rispondere personalmente dei crimini commessi.
 
È significativo che tale risoluzione sia stata adottata con questa rapidità e all’unanimità nonostante il fatto che diversi paesi, tra cui ben 3 membri permanenti del Consiglio, non siano parte della Corte Penale Internazionale. Lo stesso rappresentante libico presso il Consiglio ha espresso piena soddisfazione per la risoluzione. Tale risultato pare sottolinearela fiducia da parte degli Stati nel fatto che la denuncia davanti alla Corte, ed un eventuale intervento di quest’ultima, possa aiutare a mettere fine alle violenze ed a proteggere la popolazione civile ristabilendo la pace.
 
La solidarietà con il popolo libico è stata peraltro una costante nelle dichiarazioni di voto dei vari paesi in sede di Consiglio di Sicurezza, unita alla speranza che l’intervento tempestivo possa portare sollievo ai civili e rafforzare la giusta aspirazione di democrazia.
 
Nelle parole di alcuni rappresentanti si legge l’auspicio che tale risoluzione apra una nuova era nell’impegno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per la protezione dei popoli, ogni volta che gli Stati vengano meno alla loro responsabilità – primaria - di proteggere i propri cittadini. E ciò non è un caso in un momento storico caldo e delicato come i primi mesi del 2011 che hanno già visto i regimi tunisino ed egiziano collassare spinti dalle proteste pacifiche dei rispettivi popoli e vedono un numero di altri regimi nell’area medio-orientale scricchiolare sotto i colpi (pacifici) dei manifestanti.
 
Resta da vedere se i nuovi equilibri politici che si stanno formando nell’area porteranno ad un cambiamento anche nell’atteggiamento (per ora di sostanziale rifiuto) dei paesi arabi nei confronti della giustizia penale internazionale.
 
Ad oggi solo la Giordania tra i paesi dell’area è membro della Corte. E tuttavia è significativo che una delle prime dichiarazioni del neo governo tunisino sia stato di volere procedere alla ratifica dello Statuto della Corte.
 
Occorre ricordare inoltre che da oltre due anni il governo palestinese di Ramallah ha presentato una dichiarazione ai sensi dell’articolo 12(3) dello Statuto, accettando la giurisdizione della Corte sul proprio territorio dal 2002 in avanti.
 
Appare insomma che le aspirazioni di democrazia e autodeterminazione dei paesi arabi si stiano sempre più legando ad istanze di giustizia.
 
Se la Corte Penale Internazionale possa svolgere questo ruolo resta ancora da dimostrare, ma la speranza, per lo meno a livello simbolico, è palpabile.