ISSN 2039-1676


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30 settembre 2015 |

Divieto di sperimentazione sugli embrioni umani e Convenzione europea dei diritti dell'uomo

Corte Edu, Grande Camera, sent. 27 agosto 2015, Parrillo c. Italia

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1. Con la sentenza emessa dalla Grande Chambre della Corte di Strasburgo nel caso Parrillo contro Italia, è stata per la prima volta affrontata la questione se il divieto di sperimentazione sugli embrioni umani contrasti con le disposizioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Nel 2002 Adele Parrillo aveva fatto ricorso con il suo compagno alla fecondazione assistita in vitro, attraverso cui erano stati prodotti cinque embrioni da trasferire nell'utero materno. A causa della morte del partner, avvenuta precedentemente al completamento delle procedure di PMA, la donna aveva manifestato il desiderio di donare gli embrioni alla ricerca scientifica sull'uso terapeutico delle cellule staminali embrionali. Tuttavia, l'art. 13 della legge n. 40/2004 vieta la sperimentazione sugli embrioni e punisce la sua realizzazione con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 50.000 a 150.000 euro. Ritenendo il divieto assoluto, e per questo insuscettibile di essere temperato in via interpretativa attraverso le vie giudiziarie domestiche, la signora Parrillo decise di ricorrere immediatamente alla Corte europea dei diritti dell'uomo affinché sindacasse il contrasto della legge italiana con gli artt. 1, Protocollo n. 1 (diritto di proprietà) 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e 10 (libertà di espressione) della CEDU.

Il 28 maggio 2013 la seconda sezione della Corte dichiarò inammissibile la questione sollevata rispetto alla violazione della libertà di espressione, di cui la libertà della ricerca scientifica costituisce un aspetto fondamentale, per incompatibilità ratione personae con la Convenzione (art. 35, para. 3 e 4, CEDU), poiché avrebbero dovuto essere i ricercatori - unici titolari del diritto di espressione, nel caso di specie - a ricorrere dinnanzi ai Giudici di Strasburgo lamentando la violazione dell'art. 10 CEDU da parte della normativa italiana. La Corte rinviò l'esame degli altri motivi di ricorso, basati sugli articoli 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione e 8 della Convenzione, alla Grande Chambre.

 

2. La sentenza emessa il 27 agosto 2015 dalla Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo non passerà alla storia per il suo esito, dato che rappresenta l'ennesimo caso in cui la Corte ha invocato il margine di apprezzamento statale per avallare le limitazioni dei diritti umani da parte degli Stati contraenti. Tuttavia, essa si distingue in quanto rappresenta la prima pronuncia a inquadrare nell'art. 8 CEDU l'interesse di un individuo a decidere il destino degli embrioni creati con i propri gameti: «gli embrioni contengono il materiale genetico della persona in questione e quindi rappresentano una parte fondamentale dell'identità biologica di quella persona» (§ 158 ss.). In altre parole, la Corte ha ravvisato nell'embrione una pertinenza biologica dei genitori e pertanto lo ha considerato oggetto del loro diritto di autodeterminazione, così seguendo le tracce della sentenza Evans c. Regno Unito in cui i giudici di Strasburgo - dopo aver affermato che «gli embrioni creati con i gameti della ricorrente non sono titolari del diritto alla vita secondo il senso dell'art. 2 della Convenzione» (§ 56) - li hanno etichettati come materiale genetico appartenente ai genitori biologici, affermando che il loro utilizzo non potrebbe avvenire senza il consenso di questi ultimi (§ 89).

 

3. Questa parziale spersonalizzazione dell'embrione ha trovato conferma nel passaggio della sentenza Parrillo in cui la Corte non ha riconosciuto all'aspettativa di vita dell'embrione - indicata dal Governo italiano come ratio dell'art. 13, comma 1 - il rango di un diritto "altrui" la cui tutela possa giustificare l'ingerenza dell'autorità pubblica sul diritto individuale alla vita privata, ex art. 8, para. 2, CEDU: i giudici, per loro stessa ammissione, si sono astenuti da qualunque valutazione «sul fatto che la parola "altri"» - menzionata nel suddetto paragrafo 2 della disposizione convenzionale - «possa essere estesa agli embrioni umani» (§ 167 ss.), pur ammettendo l'esistenza di un collegamento tra la protezione dell'embrione e la tutela delle istanze morali, dei diritti e della libertà degli "altri".

Cercando di interpretare in modo coerente le parole della Corte EDU, potrebbe ritenersi che i diritti "altrui", la cui tutela è idonea a controbilanciare la compressione del diritto di autodeterminazione della ricorrente, siano quelli dei consociati che percepiscono la sperimentazione sul prodotto del concepimento come un'offesa alla dignità del genere umano[1]. Così inteso, l'apparato argomentativo portato avanti dalla Corte di Strasburgo andrebbe a riecheggiare gli insegnamenti di Jürgen Habermas, secondo cui la strumentalizzazione degli embrioni sarebbe censurabile in quanto lesiva della dignità dell'intero genere umano, piuttosto che del diritto alla dignità di un soggetto di diritto soltanto "potenziale": «3estrizioni normative nel trattamento degli embrioni possono derivare dalla prospettiva di una comunità morale di persone che non intendano aprire le porte a un'autostrumentalizzazione del genere»[2]. Alla stregua di Habermas, i giudici hanno lasciato intendere che l'embrione, non avendo ancora assunto lo status di "persona", meriti di essere tutelato, se non direttamente come centro di imputazione giuridica, almeno indirettamente come oggetto degli interessi dei consociati.

 

4. La Corte ha poi riconosciuto un ampio margine di apprezzamento allo Stato italiano nel limitare il diritto alla vita privata nel caso di specie, dato che l'invocato diritto di donare gli embrioni alla ricerca scientifica, pur afferente all'art. 8 CEDU, non costituirebbe un aspetto essenziale dell'esistenza e dell'identità della ricorrente, tale da giustificare una restrizione dell'ambito di discrezionalità statale (§§ 169, 174, 175). A ciò si è aggiunta la considerazione delle delicate questioni morali ed etiche sollevate dalla questione, oltre che la mancanza di un comune consenso europeo in materia (§§ 176 ss.), parametri "mobili" tradizionalmente indicati dalla Corte come indici dell'ampiezza del margine di apprezzamento statale[3].

Pur nell'ambito dell'ampio margine di apprezzamento riconosciuto allo Stato italiano, i giudici europei hanno rivendicato il proprio potere di sindacare il bilanciamento legislativo tra la limitazione del diritto vantato dalla ricorrente e la tutela degli interessi dello Stato (§ 183). Sono così giunti alla conclusione che non vi sia stata violazione dell'art. 8 CEDU, in quanto le contraddizioni legislative lamentate dalla ricorrente - ricollegate alla carente tutela riservata al feto dalla legge sull'interruzione volontaria di gravidanza e al silenzio normativo circa la liceità dell'importazione di cellule staminali embrionali prodotte all'estero attraverso sperimentazioni sugli embrioni ivi avvenute[4] - non affliggerebbero direttamente il diritto lamentato dalla ricorrente (§ 195).

A ciò la Corte ha aggiunto che non vi è alcuna prova che il partner deceduto della signora Parrillo avesse tempestivamente manifestato il suo consenso alla donazione degli embrioni, e che quindi la volontà della ricorrente coincida con la sua (§ 196). Sul punto vi è da dire che rimane oscuro il motivo per cui i giudici abbiano enfatizzato la mancanza del consenso del compagno deceduto, in quanto non si comprende come tale mancanza possa incidere negativamente sul diritto di autodeterminazione del partner ancora vivente: anche a volere ipotizzare che la salvaguardia della volontà del primo possa integrare uno dei controinteressi rilevanti ai sensi dell'art. 8, para. 2, CEDU - congettura in realtà soverchiabile sulla base dell'attuale inesistenza del titolare del diritto da controbilanciare alla libertà fatta valere dalla ricorrente -, l'assenza di una compiuta regolamentazione della materia impedirebbe di concludere che il silenzio dell'uomo debba essere interpretato come dissenso, anziché come tacito assenso.

 

5. In definitiva, il processo argomentativo condotto dai giudici per sindacare la proporzione tra oggetto e scopi della restrizione legislativa non è fallace, ma risulta poco pregnante ai fini del giudizio, per cui all'interprete viene da chiedersi in che modo i rilievi della Corte possano provare la ragionevolezza della ponderazione tra interesse pubblico alla conservazione degli embrioni e interesse dell'individuo alla loro donazione, visto che alla tutela assoluta del primo si contrappone la frustrazione totale del secondo. Sarebbe stato allora preferibile che i giudici europei si spingessero a valutare la sostituibilità della rigida proibizione normativa, oltretutto presidiata da una consistente sanzione penale, con un divieto "a maglie larghe".

La Grande Chambre, infatti, non si è chiesta (o non si è voluta chiedere) se il divieto assoluto di sperimentare sugli embrioni umani costituisca l'unica misura possibile per garantire la vita degli embrioni o se, piuttosto, non sia preferibile un divieto di sperimentazione sui soli embrioni destinati all'impianto in utero, che lasci aperte le porte alla ricerca scientifica sugli embrioni affetti da morte organismica (cioè quelli in cui il processo di riproduzione cellulare si sia arrestato irreversibilmente [5]), oltre che su quelli abbandonati e crioconservati da un certo numero di anni, e quindi non più utilizzabili in un processo riproduttivo[6]. Essendo stati omessi questi opportuni passaggi argomentativi, non si vede come si possa pervenire alla conclusione che la limitazione del diritto alla vita privata nel caso di specie costituisce una misura necessaria in una società democratica.

 

6. Quanto ai motivi di ricorso ricollegabili alla lamentata violazione dell'art. 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione, la Corte è si mostra laconica e intransigente, dichiarando inammissibile il relativo motivo di ricorso: a differenza di quanto sostenuto dalla ricorrente, gli embrioni non potrebbero essere considerati come meri beni e pertanto il caso in questione sarebbe estraneo all'ambito applicativo della norma convenzionale, rilevante esclusivamente in materie economiche e patrimoniali (§ 215). La presa di posizione della Corte di Strasburgo non può che essere stata condizionata dalla famosa sentenza della Corte di giustizia europea, Brustle c. Greenpeace, C-34/10 del 18 ottobre 2011, secondo cui «costituisce un "embrione umano" qualunque ovulo umano fin dalla fecondazione», per cui «L'art. 6, n. 2, lett. c), della direttiva 98/44 esclude la brevettabilità di un'invenzione qualora l'insegnamento tecnico oggetto della domanda di brevetto richieda la previa distruzione di embrioni umani o la loro utilizzazione come materiale di partenza, indipendentemente dallo stadio in cui esse hanno luogo».

 

7. La sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, considerata nel suo complesso, sembra condurre l'interprete alla conclusione che l'embrione non destinato all'impianto in utero possa essere assimilato a una "pertinenza biologica" dei genitori, non in grado di assurgere a soggetto di diritto "in atto" (non a caso, nel § 167 i Giudici parlano di "potential for life" anziché di "right to life") ma neppure meritevole di essere considerato come un bene economicamente valutabile.

Conclusione di per sé legittima, ma ambigua nei suoi esiti, dato che la Corte, pur preoccupandosi di specificare quello che l'embrione non è, non ha chiarito lo statuto giuridico da assegnargli: si tratta soltanto di una parte essenziale dell'identità biologica dei genitori o, piuttosto, di un tertium genus tra persone e cose?[7]

La questione resta irrisolta e, non a caso, alcuni dei Giudici della Grande Chambre hanno lamentato, sia nelle opinioni concordanti che in quelle dissenzienti manifestate in calce alla sentenza, le ambiguità della pronuncia sul punto. Ed, in effetti, nel caso Parrillo la Corte europea ha aggirato in modo maldestro e contraddittorio tutte le questioni più scottanti riguardanti l'embrione: non ha preso posizione circa la possibilità di titolarizzare il diritto alla vita in capo all'embrione; si è appellata al margine di apprezzamento statale per giustificare le limitazioni al diritto dei genitori di decidere la destinazione degli embrioni abbandonati, pur ricondotto all'art. 8 CEDU; ha negato la riconducibilità dell'embrione a una mera cosa, pur qualificandolo come prolungamento biologico dei genitori.

 

 8. In ogni caso, la pronuncia della Corte non ha risolto definitivamente la questione del contrasto del divieto di sperimentazione sugli embrioni con i diritti garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, dato che non ha affrontato l'essenziale profilo della limitazione della libertà della ricerca - inquadrabile all'interno dell'art. 10 CEDU - ritenendo che dovessero essere gli scienziati a promuovere un apposito ricorso su tale profilo.

Sulla questione del contrasto dell'art. 13 della legge 40 con gli artt. 9 e 33 della Costituzione italiana, in cui si fonda la tutela della libertà della ricerca scientifica, è pronta ora a pronunciarsi la nostra Consulta, chiamata in causa dal Tribunale di Firenze nel dicembre 2012. E nonostante l'anno scorso la Corte costituzionale abbia rinviato l'udienza in attesa della sentenza della Corte di Strasburgo, il giudizio della prima non dovrebbe essere influenzato, almeno formalmente, dall'esito della seconda, visto che il giudice a quo, per ovvie ragioni cronologiche, non aveva fatto in tempo a invocare anche la possibile violazione dell'art. 117 della Costituzione.

La partita, a questo punto, si gioca sul campo dei parametri costituzionali interni e non si può escludere un accoglimento della questione di legittimità costituzionale, anche soltanto parziale: per evitare situazioni di vuoto normativo, la Consulta potrebbe infatti adottare una sentenza interpretativa di rigetto che dichiari costituzionalmente illegittimo l'art. 13, comma 1, nella parte in cui non specifica che il divieto debba essere riferito soltanto a quegli embrioni ancora efficacemente impiegabili per fini procreativi.

 

 


[1] Così interpretato, il paragrafo 167 non lascia trasparire le contraddizioni paventate nel parere concordante del giudice Pinto de Albuquerque, secondo cui la maggioranza dei componenti della Corte avrebbe utilizzato il termine "others" in modo contraddittorio, prima attribuendo all'embrione lo status di "other" e, subito dopo, dichiarando di non voler prendere posizione sulla questione.

[2] J. Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi, Torino 2002, p. 72

[3] Si veda, per tutte, Corte eur. dir. uomo, 7 dicembre 1976, Handyside v. United Kingdom, n. 5493/72, § 48.

[4] Sul punto, si vedano le riflessioni di E. Dolcini, Ricerca su cellule staminali embrionali importate dall'estero e legge penale italiana, in Riv. it. dir. proc. pen. 2006, p. 450 ss.

[5] Secondo il Comitato Nazionale per la Bioetica, Parere del CNB sul destino degli embrioni derivanti da PMA e non più impiantabili, 26 ottobre 2007, in www.governo.it/bioetica, «l'embrione sarebbe morto come individualità biologica, qualora avesse definitivamente perso la capacità di proseguire in maniera integrata, autoregolata e attraverso una progressiva differenziazione cellulare, il suo sviluppo». Le cellule embrionali ancora in vita, anche quando non più in grado di riprodursi, potrebbero essere utilizzate nell'ambito della ricerca scientifica.

[6] In tal senso, si veda l'opinione dissenziente del Giudice Sajó, § 13.

[7] Sulla possibilità di costruire un tertium genus tra uomo e res, si è mostrato critico M. Gemelli, Stato giuridico dell'embrione e profili penalistici, in Giust. Pen. 2005, p. 116.