ISSN 2039-1676


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3 febbraio 2015

La Corte EDU condanna l'Italia in un caso di maternità  surrogata all'estero

Co. eur. dir. uomo, sez. II, 27 gennaio 2015, Paradiso e Campanelli c. Italia, ric. n. 25358/12

 

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Clicca qui per scaricare il documento "Questions and Answers on the Paradiso and Campanelli v. Italy judgment (27 January 2015)" pubblica sul portale della Corte per facilitare la lettura e comprensione della pronuncia

 

1. La Corte europea dei diritti dell'uomo con la sentenza pubblicata il 27 gennaio 2015 nella causa Paradiso e Campanelli c. Italia - sentenza che qui immediatamente segnaliamo, riservandoci di pubblicare quanto prima un commento più articolato - ha affermato che costituisce violazione dell'art. 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare) la decisione delle autorità di uno Stato membro di allontanare il minore nato all'estero ricorrendo alla maternità surrogata dalla coppia che è ricorsa a tale tecnica per il concepimento, anche quando il minore non abbia alcun legame genetico con il padre e la madre committenti.

 

2. La sentenza riguarda un caso nel quale le autorità italiane non solo hanno rifiutato di trascrivere l'atto di nascita del bambino nato in Russia da madre surrogata, ma hanno anche disposto il suo collocamento presso i servizi sociali dopo che il neonato aveva trascorso i primi sei mesi di vita con la coppia. La decisione è stata presa dalle autorità italiane perché il patrimonio genetico del minore non coincideva né con quello della madre né con quello del padre committenti (per una compiuta ricostruzione della vicenda sulla quale è stata chiamata a pronunciarsi la Corte EDU, cfr. §§ 5-35).

I ricorrenti, marito e moglie di nazionalità italiana, si sono rivolti alla Corte di Strasburgo lamentando la violazione da parte dello Stato italiano del diritto al rispetto della loro vita privata e familiare, in relazione - in particolare - al rifiuto di riconoscere valore legale al rapporto di filiazione validamente formatosi nel Paese estero e alla decisione di sottrarre il minore alle loro cure.

 

3. In relazione al rifiuto da parte dello Stato italiano di riconoscere valore giuridico al rapporto di parentela, validamente formatosi in Russia, tra i ricorrenti e il bambino nato dalla madre surrogata, la Corte EDU dichiara irricevibile il ricorso per mancato esaurimento dei rimedi interni (§ 62). La coppia, infatti, non ha proposto ricorso per Cassazione avverso la decisione della corte d'appello che aveva rigettato la richiesta di trascrizione dell'atto di nascita nei registri dello stato civile italiano.

Come i lettori ricorderanno, una questione analoga era stata affrontata dalla Corte EDU con le sentenze Mennesson c. Francia e Labassee c. Francia, a suo tempo pubblicate sulle pagine della nostra Rivista (clicca qui per accedervi). In quei casi, la Corte aveva riconosciuto la violazione dell'art. 8 della Convenzione perché le autorità francesi avevano negato di riconoscere valore legale alla relazione tra un padre e i suoi figli biologici nati all'estero facendo ricorso a surrogazione di maternità.

 

4. Rispetto alla decisione di sottrarre il minore alle cure della coppia, invece, la Corte EDU dichiara a maggioranza che c'è stata violazione dell'art. 8 della Convenzione (hanno espresso opinione in parte dissenziente i giudici Raimondi e Spano).

La Corte osserva innanzitutto che l'allontanamento del minore dalla famiglia costituisce indubbiamente un'ingerenza nel diritto dei ricorrenti al rispetto della vita familiare (§ 71). Ma si tratta di una misura che è prevista dalla legge (§ 72) e che persegue uno scopo legittimo (§ 73). Pertanto, possono dirsi soddisfatti il primo e il secondo requisito indicati dal paragrafo 2 dell'art. 8 della Convenzione per le limitazioni al diritto al rispetto della vita privata e familiare.

La Corte passa quindi ad analizzare il terzo requisito, vale a dire se l'ingerenza possa considerarsi necessaria in una società democratica, verificando in particolare se nel caso di specie vi è stato un giusto bilanciamento tra gli interessi perseguiti dallo Stato e gli interessi del minore direttamente coinvolto dalla misura (§§ 74 e ss.).

A questo proposito, la Corte osserva che la decisione di togliere il minore alle cure dei ricorrenti è stata presa dalle autorità nazionali allo scopo di porre fine a una situazione di illegalità. I ricorrenti, infatti, hanno violato la normativa italiana in tema di procreazione medicalmente assistita e quella in tema di adozione di minori. Tuttavia, «la référence à l'ordre public ne saurait toutefois passer pour une carte blanche justifiant toute mesure, car l'obligation de prendre en compte l'intérêt supérieur de l'enfant incombe à l'État indépendamment de la nature du lien parental, génétique ou autre» (§ 80). In altre parole: la Corte afferma che la necessità di porre rimedio a una situazione illegittima non è sufficiente per giustificare l'adozione di qualsiasi misura, in quanto lo Stato deve avere in ogni caso riguardo all'interesse superiore del minore. E la necessità di tutelare l'interesse del minore prescinde dalla natura del rapporto di parentela, se biologica o di altra natura.

La misura dell'allontanamento del minore dal contesto familiare - proseguono i giudici di Strasburgo - è una misura estrema che può essere giustificata soltanto in caso di pericolo immediato per il bambino. Pur riconoscendo la delicatezza e la complessità della situazione che i giudici nazionali sono stati chiamati ad affrontare, la Corte EDU conclude che nel caso di specie non sussistevano le condizioni per l'adozione della misura dell'allontanamento del minore dalla sua famiglia (§§ 81-88). (Tommaso Trinchera)