ISSN 2039-1676

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16 ottobre 2014 |

Lo statuto epistemologico della causalità  tra diritto penale ed epidemiologia (TESI DI LAUREA)

Università: Università  degli Studi di Messina

Prof. Relatore: Giancarlo De Vero

 

Il rapporto tra scienza e diritto ha da sempre rappresentato uno dei temi più controversi della riflessione giuridica contemporanea. Le costanti tensioni evolutive cui il diritto penale è sottoposto per effetto del rapido processo di innovazione tecnologica (e quindi sociale), lungi dall'esaurirsi in un semplice ampliamento del novero delle fattispecie di reato, tendono talora a ripercuotersi - spesso a livello subliminale - sulle stesse categorie di parte generale. È anzitutto il caso del concetto di nesso causale, elemento centrale dell'intero sistema penale che, seppur astretto entro gli angusti spazi codicistici riservatigli dal legislatore del '30, non è rimasto immune ai cambiamenti imposti dalle varie rivoluzioni scientifiche succedutesi nel corso dell'era moderna. Se ciò è vero, è pur tuttavia innegabile che l'effettiva espressione di tali processi evolutivi in tema di causalità sia stata per lungo tempo circoscritta (se non proprio ostacolata) in forza dell'opzione per un modello causale marcatamente condizionato dal milieu culturale in cui venne concepito: il riferimento è ovviamente al paradigma nomologico-deduttivo di ascendenza hempeliana, che costituisce a tutt'oggi - variamente adattato e integrato - il nucleo concettuale di base della maggior parte delle teorie causali in uso nella scienza penale. L'epifania dell'era della complessità e il progressivo ampliamento dell'orizzonte di conoscenza disponibile a livello globale, in uno con l'emergenza di nuove e sempre più articolate istanze di giustizia, non poteva però che mettere sempre più in forse la solidità di un edificio teorico che già da tempo mostrava i primi segni di cedimento.

L'ingresso del sapere medico-epidemiologico nelle aule di tribunale rappresenta probabilmente uno dei fattori più decisivi in tal senso: la necessità di confrontarsi con un metodo d'indagine che presuppone l'adozione di uno schema concettuale complesso, abbinato all'uso di un modello causale multidimensionale, comporta un vero e proprio stravolgimento del punto di vista del diritto penale classico. La portata stessa di alcuni concetti fondamentali ormai entrati a far parte del glossario del penalista, come quello di probabilità, tende irrimediabilmente a mutarsi nel momento in cui essi vengono impiegati dall'epidemiologo, con tutto ciò che ne consegue in termini di difficoltà di mediazione tra l'apporto dello specialista (perito o consulente) e la conoscenza del giudice.

La tesi si propone appunto di tratteggiare, senza alcuna pretesa di esaustività, un abbozzo di un metodo che conduca verso la progressiva relativizzazione del concetto di causa e delle sue implicazioni sulla scorta dei contributi in tal senso offerti dall'epistemologia contemporanea, prescelta quale terzo "vertice" per consentire una triangolazione all'interno del dibattito tra concezioni della causalità solo apparentemente inconciliabili. D'altra parte, i primi segni di una simile innovazione sembrano essere ravvisabili nelle più recenti sentenze in tema di esposizione a sostanze tossiche (esemplare il concetto di "causalità collettiva" impiegato nella recente sentenza Eternit) e nell'ormai sterminata letteratura in tema di responsabilità medica (si pensi, a titolo esemplificativo, ai complessi fattori che concorrono a determinare una categoria nosologica, con tutto ciò che ne consegue in termini di accertamento del nesso causale).

L'apertura alla prospettiva multidisciplinare e l'abbandono del tradizionale monismo metodologico, retaggio della cultura scientifica tardottocentesca, costituisce, in conclusione, un passaggio ormai indifferibile verso un uso più consapevole ed efficace dello strumento penale, indispensabile per comprenderne e sfruttarne a pieno le potenzialità al fine di dar congrua risposta alle sfide che la nostra epoca di volta in volta ci propone.