ISSN 2039-1676


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11 luglio 2014 |

Dal 2004 al 2014: lo sgretolamento necessario della legge sulla procreazione medicalmente assistita

Il presente contributo è ora pubblicato nel n. 3-4/2014 della nostra Rivista trimestrale. Clicca qui per accedervi.

 

Abstract. Con l'entrata in vigore della legge n. 40 del 2004, il legislatore italiano ha introdotto una serie di limiti, divieti e sanzioni che esorbitano dalla loro naturale vocazione di semplice regolamentazione di comuni pratiche di fecondazione artificiale, sfociando piuttosto nella predisposizione di uno statuto punitivo che impone paternalisticamente scelte etiche ed ideologicamente orientate nel senso di una generale avversione verso procedimenti riproduttivi diversi da quelli ortodossi. A dieci anni dalla loro introduzione, le norme in materia di PMA non sembrano tuttavia destinate a sopravvivere: hanno infatti ripetutamente vacillato sotto la scure dei giudici nazionali ed europei, rivelandosi in tutta la loro incostituzionalità, nella loro illogicità sistematica e nell'inaccettabile indifferenza verso le esigenze concrete di coppie sterili o infertili.

 

SOMMARIO: 1. Le barriere normative all'accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita: un (cattivo) esempio di legislazione "confessionale". - 2. Il primo affondo della Corte Costituzionale contro il rigido limite dei tre embrioni da trasferire. - 3. La sostanziale disapplicazione del divieto di diagnosi genetica preimpianto. - 4. Il superamento del divieto di fecondazione eterologa: la sentenza della Corte costituzionale 9 aprile 2014, n. 162. - 5. Le fallimentari disposizioni superstiti della legge 40. In particolare, il suo apparato punitivo spropositato e irreale: un pernicioso caso di diritto penale simbolico.