ISSN 2039-1676


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6 luglio 2014 |

Vìola l'art. 8 della CEDU lo Stato che non riconosce il rapporto di filiazione costituito all'estero ricorrendo alla surrogazione di maternità 

C. eur. dir. uomo, quinta Sezione, 26 giugno 2014, Mennesson c. Francia, ric. n. 65192/11, e C. eur. dir. uomo, quinta Sezione, 26 giugno 2014, Labassee c. Francia, ric. n. 65941/11

 

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Clicca qui per scaricare il comunicato stampa, realizzato dalla Cancelleria della Corte, sulle sentenze Mennesson c. Francia e Labassee c. Francia disponibile sul portale della Corte

 

1. Con le sentenze Mennesson c. Francia e Labassee c. Francia che qui segnaliamo, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha riconosciuto la violazione dell'art. 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata e familiare), in caso di rifiuto da parte delle autorità nazionali di riconoscere valore legale alla relazione tra un padre e i suoi figli biologici nati all'estero facendo ricorso a surrogazione di maternità (o "utero in affitto").

 

2. I fatti che hanno dato origine alle due pronunce sono in larga misura analoghi.

I ricorrenti, marito e moglie di nazionalità francese, non potendo portare a termine una gravidanza tradizionale, decidono di ricorrere negli Stati Uniti (rispettivamente, in California e in Minnesota) a una tecnica di procreazione medicalmente assistita - fecondazione eterologa e "utero in affitto" - che non può essere praticata in Francia. In particolare, la tecnica cui ricorrono i coniugi Mennesson e Labassee prevede la formazione di un embrione in vitro con metà del patrimonio genetico del padre e l'altra metà proveniente da una donna ovo-donatrice. L'embrione così generato viene poi impiantato nell'utero di una terza donna che porta a termine la gravidanza.

Secondo quanto previsto dalla legge statunitense, dopo la nascita del bambino, le autorità americane adottano un provvedimento nel quale viene attribuito ai ricorrenti lo status di padre e madre del neonato. Le autorità francesi, però, sospettando che la nascita dei bambini fosse avvenuta facendo ricorso a surrogazione di maternità, rifiutano di trascrivere gli atti di nascita nel registro dello stato civile francese perché contrastano con l'ordine pubblico francese. Viene aperto anche un procedimento penale nei confronti dei ricorrenti per «la substitution volontaire, la simulation ou dissimulation ayant entraîné une atteinte à l'état civil d'un enfant», procedimento che viene però archiviato, su richiesta della Procura, perché il fatto è stato commesso negli Stati Uniti.

In particolare, nel caso Mennesson, i certificati di nascita della coppia di gemelli nati in America, sono stati in un primo momento trascritti nei registri dello stato civile e, successivamente, la trascrizione è stata dichiarata nulla dalle autorità francesi con provvedimento definitivo della Cour de cassation reso in data 6 aprile 2011. Nel caso Labassee, invece, i ricorrenti hanno ottenuto un acte de notoriété, cioè un documento rilasciato da un giudice che attesta l'esistenza di una relazione de facto tra genitori e figlio. Le autorità francesi, però, rifiutano di annotare nei registri dello stato civile l'esistenza di tale relazione con provvedimento definitivo della Cour de cassation reso, anche questo, in data 6 aprile 2011.

La Corte di cassazione francese ritiene che la trascrizione degli atti di nascita nel registro di stato civile non possa avvenire perché altrimenti si riconoscerebbe effetto giuridico a un contratto di maternità surrogata che, secondo quanto previsto dagli artt. 16-7 e 16-9 del codice civile francese, è nullo perché contrario all'ordine pubblico. La Corte di cassazione ritiene, d'altra parte, che non vi sia alcuna violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare dei ricorrenti, in quanto il mancato recepimento nell'ordinamento francese degli atti di nascita formati all'estero non ha privato i bambini dello status giuridico riconosciuto dalle leggi della California e del Minnesota e non ha impedito loro di vivere in Francia assieme ai signori Mennesson e Labassee.

 

3. Esaurite le vie di ricorso accordate dal diritto interno, i ricorrenti si rivolgono alla Corte di Strasburgo lamentando la violazione del loro diritto al rispetto della vita privata e familiare, diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione. In particolare, i ricorrenti lamentano il fatto che, in violazione dell'interesse superiore dei minori, è preclusa la possibilità di ottenere in Francia il riconoscimento di un rapporto di filiazione legalmente formatosi in uno Stato estero all'esito di una procreazione medicalmente assistita conforme alla legge del luogo dove il bambino è nato.

La questione che i ricorrenti sottopongono alla Corte nel caso in esame, non è se sia compatibile con la Convenzione il divieto posto da uno Stato membro di ricorrere alla surrogazione di maternità; bensì se sia compatibile con i diritti garantiti dalla Convenzione la decisione dello Stato di privare i bambini nati da una maternità surrogata regolarmente praticata all'estero, nel Paese in cui gli stessi risiedono, dei documenti di stato civile che attestino il loro status  di figli della coppia che ha fatto ricorso alla procreazione assistita, in particolare per quanto riguarda il loro rapporto con il padre biologico.

 

4. La Corte EDU ha riconosciuto, all'unanimità, che non c'è stata violazione dell'art. 8 della Convenzione in relazione al diritto dei ricorrenti al rispetto della loro vita familiare; ha affermato, invece, che c'è stata violazione dell'art. 8 della Convenzione in relazione al diritto dei minori al rispetto della loro vita privata.

 

5. Innanzitutto, la Corte osserva che il rifiuto da parte delle autorità francesi di riconoscere valore legale al rapporto di parentela costituisce indubbiamente una "ingerenza" nel diritto dei ricorrenti al rispetto della vita familiare. Nel caso di specie, pertanto, vengono in rilievo gli obblighi negativi posti dall'art. 8 a carico degli Stati membri, cioè la tutela degli individui contro ingerenze arbitrarie da parte dei poteri pubblici, piuttosto che gli obblighi positivi, cioè la pretesa da parte dei cittadini a che lo Stato adotti le misure volte a rendere effettivo l'esercizio del diritto.

Come noto, la protezione offerta dall'art. 8 non ha carattere assoluto. Un'ingerenza statale nel godimento del diritto alla protezione della vita familiare e privata, può essere giustificata ai sensi del secondo paragrafo dell'articolo 8 della Convenzione, se è "prevista dalla legge", se è necessaria per il perseguimento di uno o più scopi legittimi e se appare "necessaria in una società democratica" per il raggiungimento di tali scopi.

La Corte ritiene che, nel caso in esame, l'ingerenza dell'autorità pubblica nell'esercizio del diritto al rispetto della vita privata e familiare sia prevista dalla leggeprévue par la lo») e dunque soddisfi il primo requisito indicato dal paragrafo secondo dell'art. 8 della Convenzione (cfr. Mennesson c. Francia, §§ 57-58; Labassee c. Francia, § 52).

La Corte ritiene che tale ingerenza persegua anche uno scopo legittimo. Il rifiuto da parte dello Stato francese di riconoscere valore legale a un rapporto di filiazione tra genitori che hanno fatto ricorso all'estero alla surrogazione di maternità e i bambini nati all'esito di tale tecnica per il concepimento, è giustificato dalla necessità di scoraggiare i propri cittadini dal ricorre, al di fuori del territorio nazionale, a un metodo di procreazione medicalmente assistita che è vietato nel territorio francese al fine di tutelare i minori e della donna che offre il proprio utero per la gestazione (cfr. Mennesson c. Francia, § 62, ove si legge che «la Cour comprend en revanche que le refus de la France de reconnaître un lien de filiation entre les enfants nés à l'étranger d'une gestation pour autrui et les parents d'intention procède de la volonté de décourager ses ressortissants de recourir hors du territoire national à une méthode de procréation qu'elle prohibe sur son territoire dans le but, selon sa perception de la problématique, de préserver les enfants et ... la mère porteuse»; analogamente Labassee c. Francia, § 54). La Corte pertanto ritiene che, nel caso in esame, l'ingerenza dell'autorità pubblica nell'esercizio del diritto al rispetto della vita privata e familiare sia giustificata perché necessaria per il perseguimento degli scopi legittimi indicati nell'art. 8 della Convenzione: "protezione della salute" e "protezione dei diritti e delle libertà altrui".

 

6. La Corte passa dunque ad analizzare se la limitazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare possa considerarsi "necessaria in una società democratica". La valutazione della necessità dell'ingerenza costituisce il passaggio centrale della motivazione della Corte nelle due pronunce.

Innanzitutto, la Corte Edu afferma che sul tema della maternità surrogata bisogna riconoscere un ampio margine di apprezzamento agli Stati membri, perché è un tema che suscita delicati interrogativi di ordine etico e sul quale manca un consensus normativo tra i diversi Stati europei. La sentenza analizza la legislazione di 35 Stati membri (cfr. in particolare Mennesson c. Francia, §§ 40 ss., e Labassee c. Francia, §§ 31 ss.) giungendo alla conclusione «qu'il n'y a consensus en Europe ni sur la légalité de la gestation pour autrui ni sur la reconnaissance juridique du lien de filiation entre les parents d'intention et les enfants ainsi légalement conçus à l'étranger» (così Mennesson c. Francia, § 78).

Il margine di apprezzamento, osserva però la Corte, si restringe laddove vengono in rilevo questioni legate alla genitorialità e che pertanto riguardano un aspetto particolarmente intimo dell'identità di un individuo. In questo caso, spetta alla Corte verificare che ci sia stato un giusto bilanciamento tra gli interessi perseguiti dallo Stato e gli interessi dell'individuo direttamente coinvolto sotto il profilo della compatibilità con il rispetto dei diritti fondamentali.

Nel condurre tale scrutinio, la Corte ritiene opportuno distinguere il diritto dell'uomo e della donna che hanno fatto ricorso alla surrogazione di maternità al rispetto della loro vita familiare; dal diritto dei minori nati dalla madre surrogata al rispetto della loro vita privata.

 

7. Per quanto riguarda la vita familiare della coppia che ha fatto ricorso alla surrogazione di maternità all'estero, la Corte osserva che non vi è dubbio che la loro vita familiare sia stata influenzata negativamente dal mancato riconoscimento dello status di genitori ai sensi del diritto francese (i ricorrenti, infatti, devono affrontare difficoltà particolari ogniqualvolta l'accesso a un diritto o a un servizio sia subordinato alla prova del rapporto di parentela; difficoltà particolari, poi, si possono verificare anche in caso di morte di un genitore o di separazione dei coniugi).

Tuttavia, la Corte rileva che le difficoltà incontrate dai ricorrenti non costituiscono ostacoli insormontabili e che, in ogni caso, il mancato riconoscimento del rapporto di parentela da parte delle autorità francesi non ha impedito ai ricorrenti di godere del loro diritto al rispetto della vita familiare. I ricorrenti hanno potuto trasferirsi in Francia poco dopo la nascita dei bambini e lì vivere assieme a loro in condizioni paragonabili, in linea di massima, a quelle nelle quali vivono le altre famiglie. Né vi è ragione di credere che vi sia un concreto pericolo per i bambini di essere separati dai loro genitori in ragione della loro posizione giuridica in Francia.

Pertanto, conclude la Corte, tenuto conto degli effetti pratici che il mancato riconoscimento del rapporto di filiazione ha avuto sulla vita familiare dei ricorrenti, e del margine di discrezionalità che deve essere riconosciuto allo Stato membro, «la situation à laquelle conduit la conclusion de la Cour de cassation en l'espèce ménage un juste équilibre entre les intérêts des requérants et ceux de l'État, pour autant que cela concerne leur droit au respect de leur vie familiale» (così Mennesson c. Francia, § 94; analogamente Labassee c. Francia, § 73).

 

8. Per quanto concerne il diritto dei minori nati da madre surrogata al rispetto della vita privata, la conclusione a cui giunge la Corte è invece diversa.

Il rispetto per la vita privata include il primario interesse a definire la propria identità come essere umano, compreso il proprio status di figlio o di figlia di una coppia di genitori. Sulla base del diritto francese, però, i bambini nati all'estero facendo ricorso a surrogazione di maternità si trovano in una situazione di incertezza giuridica. Il mancato riconoscimento da parte dell'ordinamento francese del loro status di figli della coppia per conto della quale la gravidanza è stata portata a termine, mette in pericolo la loro identità all'interno della società francese (cfr. Mennesson c. Francia, § 96, e Labassee c. Francia, § 75).

Benché l'art. 8 della Convenzione non garantisca il diritto ad acquisire una nazionalità particolare, aggiunge la Corte, resta comunque il fatto che la cittadinanza è un importante elemento che contribuisce a definire l'identità di ciascuna persona. Nel caso di specie, anche se il padre biologico ha la nazionalità francese, i minori si trovano ad affrontare una situazione di grave incertezza circa la possibilità di acquisire la nazionalità e tale incertezza rischia di incidere negativamente sulla definizione della loro identità.

Inoltre, il mancato riconoscimento del rapporto di filiazione da parte delle autorità francesi incide negativamente sui diritti alla successione dei figli nati all'estero da madre surrogata. Questi ultimi, infatti, possono ereditare dai genitori che hanno fatto ricorso alla surrogazione di maternità solo se istituiti eredi («si elle l'a istitué légataire») e, quindi, la tassa di successione viene calcolata come se fossero dei terzi, vale a dire in modo meno favorevole (questo anche se il padre è, come nel caso di specie, il padre biologico dei minori).

Pertanto, osserva la Corte, gli effetti del mancato riconoscimento nell'ordinamento francese del rapporto di parentela tra i bambini nati da madre surrogata e la coppia che ha fatto ricorso all'estero alla surrogazione di maternità, non sono confinati alla sfera giuridica dei genitori - che sono i soli ai quali può essere imputata la scelta di ricorre a una tecnica di procreazione vietata in Francia - ma si estendono anche alla sfera giuridica dei minori, incidendo sul loro diritto al rispetto della vita privata, che implica la possibilità da parte di ciascuno di definire i contenuti essenziali della propria identità, compresi i rapporti di parentela (cfr. Mennesson c. Francia, § 99, ove la Corte afferma che «les effets de la non reconnaissance en droit français du lien de filiation entre les enfants ainsi conçus et les parents d'intention ne se limitent pas à la situation de ces derniers, qui seuls ont fait le choix des modalités de procréation que leur reprochent les autorités françaises: ils portent aussi sur celle des enfants eux-mêmes, dont le droit au respect de la vie privée, qui implique que chacun puisse établir la substance de son identité, y compris sa filiation, se trouve significativement affecté»; analogamente Labassee c. Francia, § 78). Ad avviso della Corte, si pone dunque un serio problema di compatibilità di questa situazione con il supremo interesse dei minori, il cui rispetto deve guidare tutte le decisioni che li riguardano.

A parere della Corte, le considerazioni sin qui svolte assumono una rilevanza ancora maggiore quando uno dei genitori che è ricorso alla surrogazione di maternità è anche il padre biologico dei minori, come è accaduto nel caso di specie. Tenuto conto che la parentela biologica è una componente importante dell'identità di ciascun individuo, non si può certo affermare che corrisponda al supremo interesse del minore privarlo del riconoscimento giuridico del rapporto di parentela quando tale rapporto corrisponde alla realtà biologica e quando il minore e il genitore richiedono il pieno riconoscimento di tale rapporto.

Non consentendo il riconoscimento e l'instaurazione di un rapporto giuridico di parentela tra bambini nati da madre surrogata e il loro padre biologico, lo Stato francese ha oltrepassato il margine di apprezzamento consentito. Tenuto conto dell'importanza che è necessario riconoscere all'interesse del bambino nel bilanciamento degli interessi in conflitto, la Corte conclude che nel caso di specie il diritto dei minori al rispetto della loro vita privata è stato violato.

Riconosciuta la violazione, la Corte condanna lo Stato francese a corrispondere ai ricorrenti una somma pari a 5.000 euro per ciascun bambino a titolo di equa soddisfazione.

 

9. Le sentenze Mennesson c. Francia e Labassee c. Francia - che è opportuno sottolineare, non sono ancora definitive - costituiscono il primo intervento della Corte europea dei diritti dell'uomo in un caso di procreazione assistita mediante surrogazione di maternità.

La Corte ha avuto modo di affermare in passato che il rispetto per la vita privata e familiare tutelato dall'art. 8 della Convenzione, include anche il diritto al rispetto di diventare genitori (Co. Edu, Grande Camera, 4 dicembre 2007, Dickson c. Regno Unito, ric. n. 44362/04; Co. Edu, Grande Camera, 10 aprile, 2007, Evans c. Regno Unito, ric. n. 6339/05).

Con specifico riferimento alla procreazione medicalmente assistita, la Corte ha affermato che rientra nell'ambito applicativo dell'art. 8 della Convenzione il diritto per un uomo e una donna di concepire un figlio mediante il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita (Co. Edu, Grande Camera, 3 novembre 2011, S.H. c. Austria, ric. n. 57813/00, in questa Rivista, con nota di A. Colella e L. Beduschi - clicca qui per accedervi). Tuttavia, nel caso di specie, la Grande Camera ha concluso ritenendo compatibile con l'art. 8 della Convenzione la legislazione austriaca che impediva a una coppia sterile di ricorrere a tecniche di fecondazione eterologa in vitro e donazione di ovuli. La Grande Camera ha ritenuto che l'Austria non avesse ecceduto il margine di apprezzamento che deve essere riconosciuto agli Stati membri in materia di procreazione medicalmente assistita, in ragione della delicatezza del tema, che solleva importanti questioni sul piano etico e morale, e l'assenza di un orientamento comune tra gli Stati europei (si vedano le considerazione di Z. Zencovich, sub Art. 8, in Bartole, Conforti, Zagrebelski, Commentario breve alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, Torino, 2012, p. 324).

 

10. Il principio affermato dalla Corte nelle sentenze qui segnalate - secondo cui contrasterebbe con l'art. 8 della Convenzione il rifiuto da parte di uno Stato membro di riconoscere valore giuridico al rapporto di parentela, validamente formatosi in un Paese estero, tra l'uomo e la donna che hanno fatto ricorso alla maternità surrogata e il bambino nato dalla donna che ha messo a disposizione il proprio utero per portare a termine la gravidanza - sembra possa avere importanti risvolti, oltreché naturalmente sulla disciplina di diritto internazionale privato che regola il recepimento degli atti di famiglia formati all'estero nei registri di stato civile italiani, anche sugli eventuali profili di responsabilità penale che possono venire in rilievo in caso di surrogazione di maternità all'estero.

Abbiamo avuto modo di segnalare, proprio sulle pagine di questa Rivista, che in giurisprudenza si è posto il problema di stabilire se in un caso di fecondazione assistita di tipo eterologo e contestuale maternità surrogata, possa configurarsi il reato di alterazione di stato ex art. 567 co. 2 c.p. qualora il neonato sia dichiarato figlio della donna per conto della quale è stata portata avanti la gravidanza, invece che come figlio della partoriente o della donatrice dell'ovulo fecondato.

Alcuni giudici di merito hanno escluso la possibilità di configurare tale reato se l'atto di nascita è stato formato validamente nel rispetto della legge del Paese ove il bambino è nato, ipotizzando che la condotta di chi rende dichiarazioni mendaci sull'identità, lo stato o altre qualità del minore, in epoca successiva alla formazione dell'atto di nascita, possa eventualmente integrare il meno grave reato di falsa attestazione o dichiarazione su qualità personali ex art. 495 co. 2 n. 1 c.p. (in questo senso Trib. Milano, Sez. V pen., 15 ottobre 2013, pubblicata in questa Rivista con nota di T. Trinchera - clicca qui per accedervi; nonché Trib. Milano, 8 aprile 2014, G.u.p. Mastrangelo, pubblicata in questa Rivista con nota di M. Winkler - clicca qui per accedervi). Altri giudici, sempre di merito, hanno invece concluso in senso diametralmente opposto ritenendo che si configuri il reato di alterazione di stato quando il neonato sia dichiarato figlio della donna che non ha partorito il bambino e che non ha con esso alcun legame genetico e che il reato sussista anche se l'atto di nascita è stato formato all'estero e successivamente trascritto nei registri dello stato civile italiano, se la legge del Paese ove il bambino è nato non consenta il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita in concreto praticate (in questo senso Trib. Brescia, Sez. II pen., 26 novembre 2013, pubblicata in questa Rivista con nota di T. Trinchera - clicca qui per accedervi).

Benché il tema meriti senz'altro una riflessione più approfondita, che in questa sede non è evidentemente possibile, ci limitiamo solo a formulare una brevissima osservazione "a caldo". Se lo Stato, per non violare precisi obblighi convenzionali, è tenuto a riconoscere il rapporto di filiazione validamente formatosi all'estero tra la coppia di genitori che ha fatto ricorso alla surrogazione di maternità e il bambino nato dalla madre surrogata, non si vede come lo Stato possa poi infliggere una pena - nel caso di contestazione del reato di alterazione di stato peraltro assai severa: reclusione da 5 a 15 anni - ai genitori che abbiano richiesto, e abbiano anche ottenuto, il riconoscimento di tale rapporto con la trascrizione dell'atto di nascita del minore nei registri dello stato civile italiano.