ISSN 2039-1676


ISSN 2039-1676


17 marzo 2014 |

Ancora in tema di alterazione di stato e procreazione medicalmente assistita all'estero: una sentenza di condanna del Tribunale di Brescia

Trib. Brescia, Sez. II pen., 26 novembre 2013, Pres. ed Est. Di Martino

 

1. A breve distanza dalla pronuncia del Tribunale di Milano di cui abbiamo dato conto poco tempo fa su questa Rivista (clicca qui per accedervi), pubblichiamo ora un'altra sentenza di merito che è intervenuta in un caso di fecondazione assistita di tipo eterologo e contestuale maternità surrogata (c.d. utero in affitto), pervenendo però a una soluzione diametralmente opposta. In questo caso il Tribunale di Brescia ha ritenuto che si configuri il reato di alterazione di stato previsto dall'art. 567 co. 2 c.p. qualora il neonato sia dichiarato figlio della donna che non ha partorito il bambino e che non ha con esso alcun legame genetico. Il reato sussiste anche se l'atto di nascita è stato formato all'estero (nel caso di specie Ucraina) e successivamente trascritto nei registri dello stato civile italiano qualora, come nel caso di specie, la legge del Paese ove il bambino è nato non consenta il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita in concreto praticate (ricorso sia alla donazione di ovociti sia alla surrogazione di maternità).

 

2. Questi, in sintesi, i fatti come ricostruiti dai giudici del Tribunale di Brescia.

Nell'atto di nascita formato davanti all'ufficiale di stato civile ucraino, gli imputati, marito e moglie, dichiarano come propri figli una coppia di gemelli nati a Kiev e presentano all'ambasciata italiana i relativi certificati richiedendone la trascrizione nei registri italiani. I funzionari dell'ambasciata, insospettiti per il fatto che la donna avesse viaggiato in aereo il giorno prima della nascita dei bambini e quindi in avanzato stato di gravidanza, trasmettono alle Autorità italiane la notizia di reato che ha dato origine alla vicenda giudiziaria.

Nel corso dell'istruttoria dibattimentale, il Tribunale accerta che il patrimonio genetico dei neonati è incompatibile con quello della donna ed è invece compatibile con quello del marito. Da ciò si desume, in modo inequivocabile, il ricorso da parte della coppia alla fecondazione eterologa.

Il Tribunale accerta altresì che non è stata l'imputata a partorire i gemelli. I segni della cicatrice isterotomica visibili sul corpo della donna, infatti, ad avviso dei giudicanti, valgono solo a documentare la fabbricazione, in complicità con ignoto medico, di una falsa prova da esibire in giudizio. Per contro, le prove raccolte in dibattimento consentono di affermare che gli imputati, non potendo portare a termine una gravidanza tradizionale, sono ricorsi ad una tecnica di procreazione medicalmente assistita - fecondazione eterologa mediante donazione di ovocita e utero in affitto - che non può essere praticata in Italia. In particolare, gli imputati si sono recati in Ucraina dove hanno provveduto alla formazione di un embrione in vitro con metà del patrimonio genetico del padre e l'altra metà proveniente da una donna ovo-donatrice. L'embrione così generato è stato poi impiantato nell'utero di un'altra donna che ha portato a termine la gravidanza in Ucraina.

 

3. La seconda Sezione del Tribunale di Brescia ha ritenuto gli imputati responsabili del reato di alterazione di stato previsto dall'art. 567 co. 2 c.p., per avere alterato, mediante false certificazioni e false attestazioni, lo stato civile dei due gemelli nati a Kiev, facendoli falsamente risultare come figli dalla donna che non li ha partoriti, così dichiarando uno stato civile non conforme all'effettiva discendenza, e li ha condannati alla pena di anni cinque e mesi uno di reclusione (la decisione non è ovviamente definitiva essendo stata impugnata avanti la Corte d'appello).

Il reato previsto dall'art. 567 co. 2 c.p., punito con una pena assai severa (reclusione da 5 a 15 anni), si verifica allorché, nella formazione dell'atto di nascita, si «altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità».

L'art. 567 co. 2 c.p., osserva il Tribunale, ha lo scopo di assicurare al neonato uno stato di famiglia corrispondente alla sua effettiva discendenza. Chi rende dichiarazioni incidenti sullo stato di famiglia di un neonato, pertanto, ha l'obbligo di rendere dichiarazioni veritiere, sussistendo l'interesse primario dell'ordinamento a che ciascuno consegua il titolo di stato che realmente gli compete sulla base dell'effettivo rapporto di procreazione.

Ciò posto, quindi, commette il reato di alterazione di stato di cui all'art. 567 co. 2 c.p. chi denuncia come proprio il figlio nato da fecondazione eterologa, perché in tal modo il neonato non consegue uno stato di famiglia conforme al reale rapporto di procreazione. Si realizza il delitto di alterazione di stato anche quando la falsità riguarda la procreazione, come nel caso di maternità surrogata (o utero in affitto), perché il neonato risulta figlio di una donna che non lo ha realmente partorito.

Nel caso in esame, proseguono i giudici del Tribunale di Brescia, è certamente integrata sul piano oggettivo la figura di reato oggetto di contestazione, giacché nell'atto di nascita dei gemelli è stato loro attribuito lo status di figli di una donna che, in realtà, non li ha né generati né partoriti. Anche in relazione all'elemento soggettivo, non si può dubitare che gli imputati fossero consapevoli della falsità della dichiarazione relativa alla status di discendenza dei piccoli e che entrambi vollero effettuare tale falsa dichiarazione essendo in grado di prevedere quale sarebbe stata la conseguenza della loro azione, cioè attribuire ai neonati uno stato di civile diverso da quello che sarebbe loro spettato «secondo natura».

 

4. Ad avviso del Tribunale, a nulla vale la considerazione che, nel caso di specie, gli atti di nascita siano stati formati a Kiev davanti all'ufficiale di stato civile straniero.

Infatti, si legge nella sentenza, «nemmeno in Ucraina, stando all'art. 123 del codice di famiglia, è riconosciuta la filiazione legittima in capo ai coniugi laddove si tratti di impianto nell'utero di una donatrice di un embrione concepito mediante fecondazione di un ovulo di donatrice con il seme di un uomo coniugato con altra donna». Secondo i giudici del Tribunale di Brescia, infatti, per l'ordinamento ucraino è consentita, dopo la stipula di un apposito contratto tra le parti coinvolte: (a) la donazione di ovociti attraverso cui generare in vitro l'embrione da impiantare nell'utero della donna infertile moglie del padre genetico; oppure (b) l'impianto dell'embrione concepito con il patrimonio genetico di una coppia legalmente sposata nell'utero di una donna diversa dalla madre biologica (c.d. maternità surrogata).

Nel caso di specie, però, gli imputati hanno fatto ricorso sia alla donazione di ovocita sia alla maternità surrogata, ricorrendo ad una forma di procreazione medicalmente assistita che non sembra essere consentita neppure in Ucraina. In ogni caso, conclude il Tribunale, non avendo i coniugi prodotto il contratto previsto dalla legge ucraina per la fecondazione artificiale, l'atto di nascita nel quale si è indicata quale madre legittima la donna che non ha partorito i bambini, è ideologicamente falso anche secondo la legislazione del luogo in cui i bambini sono nati, essendo volto a coprire una pratica di procreazione medicalmente assistita non ammessa nella stessa Ucraina.

 

5. In relazione al profilo sanzionatorio e, in particolare, per quanto concerne l'applicazione della pena accessoria della perdita della potestà genitoriale prevista dell'art. 569 c.p., i giudici del Tribunale di Brescia hanno ritenuto che tale sanzione potesse essere applicata solo all'imputato, genitore biologico dei neonati, e non anche alla moglie che si è accertato non essere la madre dei bambini.

Tuttavia, tenuto conto della sentenza n. 31 del 2012 della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimo l'art. 569 c.p. nella parte in cui prevede un rigido automatismo nell'applicazione della pena accessoria in caso di condanna per il delitto ex art. 567 co. 2 c.p. (si veda la sentenza pubblicata in questa Rivista con una breve scheda di Guglielmo Leo - clicca qui per accedervi), il Tribunale non ha ritenuto di disporre la sanzione della perdita della potestà genitoriale nei confronti del padre dei bambini. Nel caso di specie, infatti, non vi sono elementi specifici da cui si possa ricavare l'inadeguatezza dell'imputato ai dover-poteri di assistenza, crescita, educazione e mantenimento della prole.

 

6. Da ultimo, un breve riferimento alla sentenza del Tribunale di Milano del 15 ottobre 2013 (clicca qui per accedere alla sentenza e alla relativa scheda pubblicata su questa Rivista) che, a quanto consta, è l'unico precedente giurisprudenziale edito sul medesimo argomento.

In un caso di fecondazione assistita di tipo eterologo e contestuale maternità surrogata analogo a quello oggetto della sentenza qui pubblicata, il Tribunale di Milano ha escluso che possa configurarsi il reato di alterazione di stato ex art. 567 co. 2 c.p. qualora il neonato sia dichiarato figlio della donna per conto della quale è stata portata avanti la gravidanza - invece che come figlio della partoriente o della donatrice dell'ovulo fecondato - se l'atto di nascita è stato formato validamente nel rispetto della legge del Paese ove il bambino è nato.

Benché i due Tribunali siano giunti a conclusioni opposte - in un caso condannando e nell'altro assolvendo gli imputati - si deve riconoscere che la sentenza resa dal Tribunale di Milano e la sentenza qui pubblicata non affermano principi di diritto di per sé contrastanti.

I giudici milanesi, infatti, escludono la configurabilità del reato di cui all'art. 567 co. 2 c.p. perché l'atto di nascita è stato formato nel rispetto della legge del luogo ove il bambino è nato e all'esito di una procreazione medicalmente assistita conforme alla lex loci. I giudici del Tribunale di Brescia, invece, ritengono integrata la fattispecie di cui all'art. 567 co. 2 c.p. in un caso in cui l'atto di nascita non è stato formato validamente all'estero poiché la legge del Paese ove il bambino è nato non consente il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita in concreto praticate.

Tuttavia, non si può non rilevare che la fattispecie concreta che ha dato origine alle due vicende giudiziarie sembra identica. Gli imputati si sono rivolti, in entrambi i casi, ad una struttura specializzata di Kiev in Ucraina per ricorrere a una tecnica di procreazione medicalmente assistita che prevede la formazione di un embrione in vitro con metà del patrimonio genetico del padre e l'altra metà proveniente da una donna ovo-donatrice (fecondazione di tipo eterologo mediante donazione di ovocita) e il successivo impianto dell'embrione così generato nell'utero di un'altra donna che ha portato a termine la gravidanza (surrogazione di maternità o utero in affitto). L'atto di nascita, in entrambi i casi, è stato formato in Ucraina dall'ufficiale di stato civile di Kiev e successivamente trascritto nei registri dello stato civile italiano.

Pertanto, il punto sul quale le due sentenze divergono ci sembra esclusivamente quello relativo all'interpretazione delle norme della legislazione ucraina, in particolare nella parte in cui consentono o vietano di ricorrere alla tecnica di procreazione medicalmente assistita (donazione di ovicita e maternità surrogata) cui hanno fatto ricorso gli imputati nel caso concreto.