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5 febbraio 2014 |

Caso Ilva: la Corte di cassazione annulla il provvedimento che aveva esteso il sequestro per equivalente alle società controllate

Cass. pen., sez. VI, sent. 20 dicembre 2013 (dep. 21 gennaio 2014), n. 2658, Pres. Agrò, Rel. De Amicis

 1. La Corte di cassazione torna a pronunciarsi in sede cautelare nell'ambito della nota vicenda dell'Ilva di Taranto (dopo Cass., sez. III, 16 aprile 2013, n. 27427, in questa Rivista, con nota di G. Romeo, La Corte di cassazione sul riesame del sequestro all'Ilva di Taranto). Tuttavia, si deve subito chiarire che questa volta oggetto del giudizio non è un provvedimento volto a prevenire il protrarsi dell'attività criminosa, bensì un decreto che dispone il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente, emanato ai sensi degli artt. 19 e 53 del d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231. (sulla distinzione tra i due provvedimenti e la sua importanza nel caso di specie, si veda L. Gabriele, Caso Ilva: il d. lgs. n. 231 del 2001, il problema occupazionale ed i poteri del giudice penale, in questa Rivista, pp. 1 e ss.).

In data 22 maggio 2013 il G.i.p. di Taranto disponeva infatti il sequestro per equivalente, per un valore di € 8.100.000.000,00, nei confronti dell'Ilva S.p.a. e della RIVA F.I.R.E. S.p.a., società capogruppo (tra i reati contestati spiccano quelli previsti dagli artt. 416, 434, 437 e 439 c.p.). Per quanto riguarda nello specifico la posizione dell'Ilva, lo stesso G.i.p. specificava che il sequestro avrebbe avuto ad oggetto i soli beni immobili nella disponibilità della stessa, «anche mediante interposizione fittizia ovvero interposizione reale fiduciaria», sempre che gli stessi beni non fossero indispensabili per l'attività produttiva.

A seguito di tale provvedimento, in data 27 giugno il custode e amministratore della società chiedeva al G.i.p. delle precisazioni sulla sua esatta portata applicativa. Dalla sentenza in commento sembra si possa dedurre che, nell'ambito di tale richiesta, lo stesso custode avesse prospettato la possibilità di sequestrare beni, anche mobili (tra cui partecipazioni sociali), appartenenti ad altre società controllate dall'Ilva.

Il G.i.p. presso il Tribunale di Taranto rispondeva alla richiesta di precisazioni in data 17 luglio con un ulteriore provvedimento, tramite il quale accoglieva le richieste del custode e amministratore.

Contro quest'ultimo provvedimento ricorrevano per Cassazione i legali rappresentanti delle società controllate dall'Ilva S.p.a. colpite dal sequestro per equivalente, deducendo in particolare quattro motivi.

Con il primo si lamentava la nullità assoluta del provvedimento: ci si troverebbe infatti di fronte ad una nuova misura cautelare disposta senza la necessaria iniziativa del pubblico ministero; con il secondo ed il terzo motivo si faceva valere la radicale mancanza di motivazione del provvedimento impugnato nella parte in cui estende il sequestro a soggetti diversi da quelli indicati nel decreto del 22 maggio; con il quarto motivo, infine si faceva valere la violazione del c.d. decreto "salva-Ilva" (su cui si vedano i contributi contenuti in Dir. Pen. Cont. - Riv. Trim., n. 1/2013, pp. 5-54), nella parte in cui avrebbe impedito la prosecuzione dell'attività delle società controllate dall'Ilva, in chiaro contrasto con le finalità del decreto stesso.

 

2. La Corte di cassazione accoglie il ricorso e annulla il provvedimento senza rinvio.

In primo luogo i giudici di legittimità rilevano come nella struttura del procedimento cautelare siano ben definiti i ruoli del pubblico ministero e del giudice: il primo è necessariamente il soggetto che deve richiedere la misura, senza alcun potere decisionale; per converso, il giudice è il solo soggetto che ha il potere di decidere, ma senza alcun potere di iniziativa. È quindi unicamente il pubblico ministero a poter promuovere l'azione cautelare, dando il via ad «un fenomeno devolutivo che assegna al giudice un potere decisorio, il cui ambito di applicazione ben può essere circoscritto all'interno dei confini tracciati dal devolutum». Da ciò consegue che il giudice non può «fuoriuscire dall'alveo tematico tracciato dalla richiesta del pubblico ministero», poiché, altrimenti, si finirebbe per riconoscergli «un potere sostanzialmente officioso», in contrasto con i principi che reggono l'attuale codice di procedura penale. Per le stesse ragioni, specifica poi la Corte, il giudice non solo non può agire ex officio in ambito cautelare, ma non può nemmeno applicare una misura più grave di quella richiesta.

Ove manchi l'iniziativa del pubblico ministero, concludono i giudici di legittimità, ci si trova di fronte ad una nullità generale e assoluta, in base agli artt. 178, lett. b) e 179, co.1, c.p.p.; ed è ciò che avviene proprio nel caso in esame. Il provvedimento di precisazione del 17 luglio, infatti, finisce per colpire beni e società diversi da quelli indicati nel decreto del 22 maggio. Tale diversità oggettiva e soggettiva (con cui, peraltro, si finiscono per colpire società che non erano nemmeno state sottoposte ad indagine per i reati contestati) fa sì che ci si trovi di fronte non a una mera precisazione, bensì a un provvedimento cautelare nuovo, nullo poiché emesso senza la necessaria iniziativa del magistrato requirente.

Passando all'esame del secondo e del terzo motivo di ricorso, i giudici rilevano che il provvedimento del 17 luglio appare radicalmente privo di motivazione. In particolare, non vengono indicate quali siano state di preciso le osservazioni del custode né le ragioni per cui queste siano state accolte; inoltre, non si specifica per quale ragione gli effetti del sequestro vengano estesi a oggetti e soggetti diversi da quelli indicati nel decreto del 22 maggio. Infatti, «non vengono illustrate (...) le ragioni per cui i beni oggetto del sequestro debbano considerarsi profitto del reato», né quelle per cui vengono colpite società diverse da quelle sottoposte alle indagini in assenza dei presupposti di responsabilità previsti dal d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231. Dalla motivazione della sentenza in esame si deduce quindi come non sia sufficiente la generica asserzione di un rapporto di controllo o di collegamento tra società per potersi ritenere sussistente l'interposizione fittizia della proprietà dei beni, né tantomeno per affermare che le società controllate o collegate siano corresponsabili di condotte che hanno determinato l'acquisizione del profitto illecito.

Alla luce di quanto osservato finora, la sentenza in commento, al punto 6 della motivazione, afferma che il provvedimento del 17 luglio deve considerarsi abnorme, in quanto non appare possibile collocarlo con sicurezza all'interno di uno dei modelli degli atti processuali previsti dal nostro ordinamento. È abnorme, premette la Corte, non solo l'atto che risulti totalmente avulso dall'ordinamento processuale, ma anche quello che, «pur essendo in astratto manifestazione di un legittimo potere, si esplichi al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste, al di là di ogni ragionevole limite». Così è nel caso di specie, secondo i giudici di legittimità, poiché ci si trova di fronte a un provvedimento cautelare emesso senza che vi fosse stata la previa domanda dell'unico organo competente a richiederlo; inoltre, tramite il provvedimento impugnato gli effetti dell'originario sequestro per equivalente sono stati estesi a soggetti estranei al procedimento, senza indicarne la ragione.

La Corte, quindi, ritenuto assorbito il quarto motivo del ricorso, annulla senza rinvio e ordina la restituzione dei beni sequestrati. 

 

3. Riassunta la vicenda ed esposte le motivazioni poste a fondamento della decisione della Corte di cassazione, merita svolgere qualche sintetica considerazione critica sulla sentenza.

La decisione è certamente condivisibile nella parte in cui afferma che deve considerarsi nullo, non solo il provvedimento con cui il giudice applichi una misura cautelare d'ufficio, ma anche quello con cui, pur affermando di dare una mera precisazione del provvedimento che la dispone, si finisca per estendere la portata oggettiva e soggettiva della misura. In tal caso, infatti, ci si trova certamente di fronte a una misura cautelare nuova che, come tale, per essere disposta, necessita dell'iniziativa del pubblico ministero (in motivazione, la sentenza richiama C. cost., sentenza 22 gennaio 1992, n. 4, in Giur. cost., 1992, p. 20 e ss., con nota adesiva di M. Chiavario, Una sentenza rispettosa dei ruoli "naturali" del pubblico ministero e del giudice, con cui la Corte costituzionale ha affermato che «il provvedimento di applicazione delle misure cautelari delineato dal codice postula, come indefettibile antecedente, uno specifico atto propulsivo rappresentato dalla "domanda" che il P.M. rivolge al giudice; sicché, alla domanda della parte pubblica, corrisponde la genesi di un fenomeno devolutivo, che assegna al giudice un potere decisorio, la "quantità" del quale ben può essere circoscritta all'interno dei confini tracciati dal devolutum»).

Suscita perplessità, invece, il ricorso alla categoria dell'abnormità (su cui, in generale, si veda G. Santalucia, L'abnormità dell'atto processuale penale, Padova, 2003; più di recente, v. anche A. Cabiale, Una interessante pronuncia su abnormità e diniego della richiesta di giudizio abbreviato semplice, in questa Rivista): il provvedimento in questione, come appena visto, è radicalmente nullo in base agli artt. 178, lett. b) e 179, co. 1, c.p.p.; inoltre, la totale assenza di motivazione messa in luce dalla Corte di cassazione avrebbe potuto quasi certamente far riscontrare anche la nullità di cui all'art. 125, co. 3, c.p.p. (il provvedimento di "precisazione" del 17 luglio è un'ordinanza, e interviene in relazione a un decreto di sequestro preventivo, che, in base all'art. 321, co. 1, c.p.p., deve essere motivato). Non era quindi necessario fare ricorso a una categoria dai confini incerti come quella dell'abnormità: infatti, pur essendo vero che il dialogo tra il custode-amministratore e il G.i.p. ha generato un provvedimento non solo atipico, ma anche radicalmente estraneo al nostro sistema processuale (presentando quindi i requisiti necessari per la dichiarazione di abnormità secondo la dottrina: v. G. Santalucia, L'abnormità dell'atto processuale penale, cit., pp. 87 e ss.), è anche vero che alla categoria delle abnormità si dovrebbe fare ricorso solo qualora non sia possibile far valere un vizio espressamente previsto dalla legge. Si tratta, infatti, di un vizio atipico e residuale rispetto a quelli espressamente previsti (M. Catalano, Il concetto di abnormità fra problemi definitori e applicazioni giurisprudenziali, in Dir. pen. proc., 2000, p. 1243; si veda anche A. Scella, Un uso improprio del concetto di atto processuale abnorme, ivi, 1997, p. 1236, che critica Cass., sez. III, 19 marzo 1997, P.M. in proc. Gabrielli e altri, poiché con tale decisione i giudici di legittimità avevano ritenuto che nullità e abnormità potessero coesistere), creato dagli interpreti proprio al fine di porre rimedio a quei casi in cui, per il principio di tassatività delle nullità - sancito dall'art. 190 dal Codice Rocco e ribadito dall'art 177 dall'attuale c.p.p. - non sarebbe stato altrimenti possibile far valere l'illegittimità dell'atto. Si noti, peraltro, che è la seconda volta che, nell'ambito del procedimento relativo all'Ilva di Taranto viene utilizzata, forse impropriamente, tale categoria (sul punto, si veda G. Romeo, La Corte di cassazione sul riesame del sequestro all'Ilva di Taranto, cit., in particolare pp. 9 e ss.).

Ciò, probabilmente, è dovuto al fatto che si vogliono sanzionare pesantemente tutti i provvedimenti con i quali i giudici, in una vicenda così drammatica e complessa, sembrino operare delle forzature e delle «fughe in avanti» (G. Romeo, La Corte di cassazione sul riesame del sequestro all'Ilva di Taranto, cit., p. 10; paventa il rischio di un eccessivo «attivismo giudiziario» D. Pulitanò, Fra giustizia penale e gestione amministrativa: riflessioni a margine del caso Ilva, in Dir. Pen. Cont. - Riv. Trim., n. 1/2013, p. 53). Tuttavia, si ripete, per quanto riguarda questo caso specifico non sembra fosse necessario ricorrere a tale categoria, essendo sufficiente utilizzare come rimedio le nullità previste dal codice; né sembra possibile giustificare il ricorso all'abnormità al fine di consentire l'immediata impugnazione del provvedimento del 17 luglio. Con tale decisione, infatti, si è avuta, in realtà, l'emanazione di una nuova misura cautelare: si deve quindi ritenere che contro tale provvedimento sarebbe stato possibile utilizzare i rimedi del riesame di cui all'art. 324 c.p.p. e del ricorso per cassazione di cui all'art. 325 c.p.p.

Vi è anche un altro punto, strettamente collegato a quanto appena detto, che sembra interessante rilevare: quello del ruolo del custode-amministratore e della sua possibile collaborazione col giudice. Di recente, la dottrina (L. Gabriele, Caso Ilva: il d. lgs. n. 231 del 2001, il problema occupazionale ed i poteri del giudice penale, cit., pp. 7 e ss.), proprio in relazione al caso dell'Ilva, ha rilevato l'importanza della figura del commissario giudiziale che, così come delineata dall'art 15 del d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, sembra avere proprio la funzione di garantire la conservazione dei posti di lavoro nel caso di enti sottoposti a misura cautelare. Di conseguenza, se si vuole accogliere la lettura prospettata, non si potranno considerare abnormi tutti gli atti emessi dal giudice a seguito di una sua interazione con tale soggetto. Ad esempio, qualora il giudice avesse emesso, anziché un provvedimento immotivato, uno in cui affermava che dovevano essere colpiti i beni immobili di società controllate poiché queste costituivano mere società-schermo (sul tema delle società-schermo, ed in particolare sulla possibilità di applicare a queste il sequestro per equivalente per i reati tributari commessi dagli amministratori, si veda Cass., sez. III, 19 settembre 2012, n. 1256, in questa Rivista, con nota di  O. Mazza, Il caso Unicredit al vaglio della Cassazione: il patrimonio dell'ente non è confiscabile per equivalente in caso di reati tributari commessi dagli amministratori a vantaggio della società), specificando che i beni da colpire avrebbero dovuto essere esclusivamente beni immobili, e comunque con il limite di non incidere sulla produttività, probabilmente il provvedimento avrebbe potuto essere effettivamente letto come una mera "precisazione" del decreto del 22 maggio, e in quanto tale essere considerato valido. Al contrario, non avrebbe invece potuto considerarsi valido il provvedimento con cui il giudice avesse, pur motivando, esteso il sequestro ad altre società perché considerate concorrenti nei reati-presupposto, poiché in questo secondo caso sarebbe stata comunque necessaria l'iniziativa del pubblico ministero Con tali esempi, si vuole sottolineare come, ancora una volta, sia emerso un ulteriore punto di incertezza nell'ambito relativo alle misure cautelari previste dal d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 (sul tema, più in generale, si veda A. Marandola, Punti fermi e «equivoci interpretativi» in tema di misure cautelari destinate all'ente responsabile del'illecito da reato, in Dir. pen. proc., 2013, pp. 757 e ss.). Incertezze destinate ad aumentare, anziché diminuire, qualora venga "scaricato" sulle spalle del giudice non solo il compito di accertare la sussistenza o meno dei presupposti di applicazione delle misure, ma anche quello di dover successivamente bilanciare le esigenze cautelari con quelle di tutela dei posti di lavoro. In tal caso, infatti, si dovrà necessariamente mettere in conto la necessità di un dialogo continuo e costante tra il giudice e il commissario giudiziale, in modo che il primo possa avere un quadro completo della situazione concreta. Si crea così una situazione inedita per il giudizio penale: i confini dei poteri del giudice che possono nascere da questa situazione non potranno che essere delineati di volta in volta dalla stessa giurisprudenza.