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11 febbraio 2014 |

Caso ILVA: la Cassazione esclude la confisca per equivalente del profitto dei reati ambientali

Cass., sez. VI pen., 20 dicembre 2013 (dep. 21 gennaio 2014), n. 3635, Pres. Agrò, Rel. De Amicis

1. La sesta Sezione della Corte di cassazione torna a pronunciarsi sulla vicenda dell'ILVA di Taranto (si vedano, in relazione a questa nota vicenda, tutti i documenti correlati elencati nella colonna di destra della pagina). Con la sentenza resa il 20 dicembre 2013 e depositata il 24 gennaio 2014 - sentenza della quale hanno dato notizia anche i principali quotidiani nazionali - la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, disposto ai sensi degli artt. 19 e 53 del d.lgs. n. 231/2001, avente per oggetto somme di denaro e altri beni nella disponibilità delle società RIVA F.I.R.E. S.p.a. e RIVA FORNI Elettrici S.p.a., per un valore complessivo pari a 8.100.000.000 euro (contestualmente a questa sentenza e sempre in relazione al medesimo sequestro preventivo, la Cassazione ha depositato anche un altro provvedimento già pubblicato in questa Rivista con nota di L. Carboni, Caso Ilva: la Corte di cassazione annulla il provvedimento che aveva esteso il sequestro per equivalente alle società controllate, clicca qui per accedervi).

 

2. La misura cautelare è stata disposta nell'ambito del procedimento penale avviato nei confronti di diversi soggetti, coinvolti a vario titolo nell'amministrazione e gestione dello stabilimento ILVA di Taranto, ai quali sono contestati i reati di associazione per delinquere (art. 416 c.p.), disastro innominato (art. 434 c.p.), rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro (art. 437 c.p.), avvelenamento di acque o di sostanze alimentari (art. 439 c.p.), nonché reati contro la pubblica amministrazione e la fede pubblica, reati in materia di tutela dell'ambiente, di igiene e sicurezza sul lavoro.

Nell'ambito dello stesso procedimento, alla società RIVA F.I.R.E. S.p.a. è contestato l'illecito amministrativo di cui all'art. 24 ter co. 2 del d.lgs. n. 231/2001 - in relazione alla commissione del reato presupposto di associazione per delinquere (art. 416 c.p.) - e l'illecito amministrativo di cui all'art. 25 undecies co. 2 del medesimo decreto - in relazione alla commissione di plurime violazioni delle norme in materia ambientale previste dal d.lgs. n. 152/2006 (la società RIVA FORNI Elettrici S.p.a., invece, non risulta indagata nel procedimento penale ma è destinataria del provvedimento di sequestro in quanto ente beneficiario di un'operazione di scissione dalla RIVA F.I.R.E. S.p.a.).

Secondo l'ipotesi accusatoria, le persone fisiche indagate, in qualità di legali rappresentanti, amministratori e gestori delle società ILVA S.p.a. e RIVA F.I.R.E. S.p.a, nonché di dirigenti e responsabili dello stabilimento ILVA di Taranto, avrebbero agito nell'interesse e a vantaggio delle predette società, cagionando gravi danni alla salubrità dell'ambiente. In particolare, il vantaggio per le società in questione andrebbe individuato nel risparmio dei costi per l'adeguamento e la messa in sicurezza degli impianti del polo siderurgico tarantino. L'impresa avrebbe cioè ricavato un vantaggio patrimoniale pari ai costi che avrebbe dovuto sostenere per adeguare gli impianti alle migliori tecnologie disponibili e per far cessare le violazioni delle norme a tutela dell'ambiente.

Su richiesta della Procura della Repubblica di Taranto, il G.I.P. ha disposto nei confronti della società RIVA F.I.R.E. S.p.a. - e nei confronti degli enti eventualmente nati dalla sua trasformazione, fusione o scissione parziale - il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente del profitto che l'ente avrebbe tratto dai reati commessi nel suo interesse e a suo vantaggio, profitto che è stato quantificato nell'importo di 8 miliardi, pari alla somma ritenuta necessaria per effettuare tutte le opere di risanamento ambientale e di messa in sicurezza dello stabilimento.

Contro l'ordinanza del Tribunale del riesame di Taranto, che ha confermato il provvedimento di sequestro preventivo disposto dal G.I.P., hanno proposto ricorso per cassazione le società destinatarie della misura cautelare.

 

3. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato il sequestro preventivo. Rinviando per ogni dettaglio alla lettura della sentenza, ci limitiamo qui di seguito a segnalare soltanto i passaggi fondamentali della motivazione.

 

3.1. Innanzitutto, secondo la Suprema Corte è errata l'impostazione seguita dal provvedimento di sequestro perché prende in considerazione ai fini della responsabilità amministrativa degli enti una serie di fattispecie di reato (segnatamente il disastro innominato, la rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro e l'avvelenamento di acque o di sostanze alimentari) del tutto estranee al catalogo dei reati presupposto e come tali inidonee a fondare una responsabilità dell'ente ai sensi del d.lgs. n. 231/2001.

La rilevanza di quelle fattispecie di reato - osserva la Corte con argomentazioni pienamente condivisibili - non può essere indirettamente recuperata nella diversa prospettiva di una loro imputazione quali delitti-scopo del reato associativo, perché in questo modo la norma di cui all'art. 416 c.p. (norma questa si ricompresa nell'elenco dei reati che possono generare la responsabilità dell'ente), «si trasformerebbe, in violazione del principio di tassatività del sistema sanzionatorio contemplato dal D. Lgs. n. 231/2001, in una disposizione "aperta", dal contenuto elastico, potenzialmente idoneo, a ricomprendere nel novero dei reati presupposto qualsiasi fattispecie di reato con il pericolo di un'ingiustificata dilatazione dell'area di potenziale responsabilità dell'ente collettivo».

 

3.2. In secondo luogo, i principi di legalità e di irretroattività, sanciti dall'art. 2 del d.lgs. n. 231/2001, subordinano l'applicazione delle sanzioni a carico degli enti ad una previsione legislativa espressa che sia entrata in vigore prima della commissione del fatto. Ne consegue che, ai fini dell'applicazione della confisca per equivalente ex art. 19 del decreto, si deve fare riferimento alla data di realizzazione delle condotte costituenti reato e non al momento di percezione del profitto da parte dell'ente.

Il decreto che ha disposto il sequestro preventivo avrebbe dovuto estromettere, ai fini della corretta determinazione del profitto confiscabile, tutte le condotte associative anteriori alla data di entrata in vigore della legge n. 94 del 15 luglio 2009, che ha esteso il catalogo dei reati presupposto al delitto di cui all'art. 416 c.p., e tutte le violazioni in materia ambientale anteriori all'entrata in vigore del d.lgs. n. 121 del 7 luglio 2011, che ha esteso la responsabilità dell'ente per le violazioni della disciplina ambientale.

In considerazione del carattere eminentemente sanzionatorio della confisca per equivalente - osserva in conclusione la Corte - «l'applicazione del vincolo cautelare reale e della successiva misura ablativa non può essere fatta retroagire a condotte realizzate anteriormente alla rilevata esistenza dei presupposti e delle condizioni per la stessa configurabilità della responsabilità amministrativa dell'ente, assumendo rilievo, al riguardo, solo le condotte temporalmente coperte dalla vigenza nel catalogo dei reati-presupposto, della fattispecie associativa e dagli illeciti in materia ambientale».

 

3.3. L'ultima censura mossa dalla Suprema Corte al provvedimento cautelare impugnato riguarda l'individuazione del profitto assoggettabile a sequestro in funzione della confisca prevista dall'art. 19 del d.lgs. n. 231/2001.

In relazione a tale problematica, si osserva preliminarmente, è imprescindibile il riferimento alla sentenza delle Sezioni Unite della Corte di cassazione che ha definito il profitto come «il vantaggio economico di diretta e immediata derivazione causale dal reato» (Cass. Sez. Un., 27 marzo 2008 - dep. 2 luglio 2008, n. 26654, Fisia Italimpianti S.p.a., in CED 239924).

Ne discende, ad avviso della della Suprema Corte, che la nozione di profitto quale risparmio di spesa conseguito dall'ente presuppone comunque l'individuazione di un risultato economico positivo che sia concretamente determinato dalla realizzazione delle ipotesi di reato contestate.

Nel caso in esame, l'ipotizzato danno ambientale cagionato dalle condotte delittuose degli imputati non può certo ritenersi equivalente all'incremento patrimoniale ottenuto dalle società coinvolte quale diretta e immediata conseguenza dei reati presupposto (e, in particolare, degli illeciti ambientali). Il profitto confiscabile non può essere calcolato facendo riferimento ai costi stimati per la realizzazione di un programma di investimenti futuri, come invece hanno fatto i giudici tarantini sull'erroneo presupposto che vi sia una correlazione tra questi costi e le singole pregresse omissioni penalmente rilevanti in materia ambientale.

Perché si possa individuare un profitto assoggettabile a sequestro e poi a confisca, ai sensi dell'art. 19 e 53 del d.lgs. n. 231/2001, è necessario «che si verifichi, quale diretta conseguenza della commissione del reato, uno spostamento reale di risorse economiche, ossia una visibile modificazione positiva del patrimonio dell'ente, evitando improprie assimilazioni tra la nozione di profitto del reato, inteso quale reale accrescimento patrimoniale, e la causazione di meri danni risarcibili relativi a risparmi di spesa indebitamente ottenuti dall'ente per effetto della mancata esecuzione di opere di risanamento ambientale».