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9 maggio 2013

Caso ILVA di Taranto: depositata la sentenza della Corte costituzionale

Corte cost., 9 maggio 2013, n. 85, Pres. Gallo, Rel. Silvestri

 

Poniamo immediatamente a disposizione dei lettori, data la sua rilevanza, la sentenza della Corte costituzionale depositata, in data odierna, a proposito del caso Ilva e della normativa d'urgenza adottata, nel dicembre scorso, per consentire la prosecuzione delle attività produttive presso lo stabilimento di Taranto.

Fin d'ora anticipiamo che abbiamo chiesto commenti alla sentenza, ed anche schede di sintesi, ad autorevoli studiosi. Qui basterà ricordare, anzitutto, i numerosi materiali che la nostra Rivista ha pubblicato sulla vicenda, ai quali può accedersi facilmente utilizzando i link che compaiono sul lato destro dello schermo. Segue comunque qualche primissima nota sul contenuto essenziale della sentenza.

La Corte, com'era stato annunciato con un comunicato stampa diffuso subito dopo la decisione in camera di consiglio, ha dichiarato in parte inammissibili ed in parte infondate le numerose questioni poste dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, che aveva censurato tanto l'art. 1 che l'art. 3 del decreto-legge n. 207 del 2012.

Le ragioni dell'inammissibilità attengono a ritenuti difetti di motivazione circa le ragioni di contrasto tra le norme censurate ed una parte dei diciassette parametri costituzionali invocati dal rimettente. Si tratta anzitutto dell'art. 117, primo comma, della Costituzione: secondo la Corte, il Giudice di Taranto non ha illustrato, oltre l'enunciato formale, i profili di incompatibilità individuati rispetto all'art. 6 della Convenzione edu, agli artt. 3 e 35 della Carta di Nizza, all'art. 191 del TFUE, relativamente al principio di precauzione da osservare in materia ambientale. Inoltre la Corte ha considerato insufficienti le argomentazioni relative alle pretese violazioni del principio del giudice naturale (art. 25, primo comma, Cost.) e del principio di personalità della responsabilità penale (art. 27, primo comma, Cost.).

Infondate, invece, tutte le altre questioni.

Per un primo verso, la Corte ha negato il fondamento della tesi di fondo prospettata dal rimettente, e cioè che il decreto-legge n. 207 abbia eliminato la rilevanza penale delle condotte di gestione dello stabilimento cui si riferiscono le indagini preliminari tuttora in corso, o delle condotte attuali e future che si pongano in contrasto con le norme sanzionatorie vigenti. Certo - osserva la Corte - il riesame dell'Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all'Ilva il 26 ottobre 2012 modifica in fatto i presupposti di legittimazione dell'ulteriore attività produttiva. Cambierà quindi il parametro di riferimento per la verifica di compatibilità ambientale della produzione. Il che, nella visione della Corte, è quanto usualmente avviene quando le sanzioni accedono all'inosservanza delle prescrizioni contenute in un provvedimento amministrativo, e lo stesso sia variato nei contenuti.

A proposito dell'Autorizzazione accordata all'Ilva, cui si riferisce l'art. 3 del decreto-legge, la Corte ha negato sia stata oggetto di «legificazione», cioè sia stata trascinata dal rango di provvedimento amministrativo (come tale impugnabile, e sindacabile anche dal giudice ordinario) al rango di fonte normativa primaria. Dunque si tratta di un provvedimento riconducibile alla disciplina generale delineata nel Codice dell'ambiente, che può essere modificato dall'autorità competente ed in ipotesi anche revocato.

Per un secondo verso, la Corte ha negato sussista una illegittima compressione del diritto alla salute ed all'ambiente salubre. In premessa è stata disattesa l'idea, fatta propria dal rimettente, che esista una gerarchia  tra i diritti fondamentali, i quali piuttosto vanno bilanciati, in sede politica, secondo un criterio di ragionevolezza, e senza che alcuno resti annichilito per la prevalenza di altri. A parere della Corte, il bilanciamento realizzato con il decreto «salva Ilva» è ragionevole, trattandosi di assicurare una tutela concomitante del diritto al lavoro ed all'iniziativa economica, e considerando che la nuova Autorizzazione integrata avrebbe recepito criteri di protezione ambientale assai stringenti, la cui osservanza è stata favorita da una implementazione del quadro sanzionatorio e degli strumenti di controllo (compresa la istituzione del Garante).

Infine, la Corte ha escluso la violazione della riserva di giurisdizione, avuto riguardo alla tesi di fondo del rimettente, secondo cui il decreto-legge sarebbe stato adottato per vanificare l'efficacia dei provvedimenti cautelari disposti dall'Autorità giudiziaria di Taranto. In sostanza, si è riconosciuta al legislatore la possibilità di modificare le norme cautelari, quanto agli effetti ed all'oggetto, anche se vi siano misure cautelari in corso secondo la previgente normativa. Nel contempo, si è attribuito alla legislazione ed alla conseguente attività amministrativa il compito di regolare le attività produttive pericolose, senza che le cautele processuali penali possano far luogo delle relative strategie.

Anche le questioni sollevate dal Tribunale del riesame di Taranto sono state giudicate infondate. Il Tribunale aveva concentrato le proprie censure sulla modificazione introdotta nell'art. 3 del decreto-legge in sede di conversione: il Giudice per le indagini preliminari, subito dopo il provvedimento governativo, aveva rifiutato il dissequestro di merci prodotte dopo il sequestro degli impianti e prima dell'entrata in vigore del decreto-legge, solo per effetto del quale l'Ilva doveva considerarsi reimmessa nel possesso degli impianti; il Parlamento, su richiesta del Governo, aveva allora aggiunto, nella norma censurata, la specificazione che l'Ilva doveva recuperare la disponibilità dei prodotti in sequestro, anche se realizzati prima del decreto-legge. Secondo il Tribunale, una norma provvedimento, adottata invadendo le prerogative della giurisdizione e realizzando un cattivo bilanciamento tra gli interessi costituzionali concorrenti.

La Corte ha ritenuto che la norma concernente l'Ilva costituisca una specificazione della norma generale che prevede la restituzione alle imprese della disponibilità di beni aziendali sequestrati quando viene rilasciata un'Autorizzazione riesaminata, ed interviene la qualificazione di «stabilimento di interesse strategico nazionale». Dunque una norma modificatrice della disciplina del sequestro di cose destinate alla produzione di beni di grande rilevanza, a carattere generale, e destinata ad incidere sul futuro regime della cautela reale adottata sulle merci in sequestro.       

Per ogni ulteriore descrizione ed approfondimento rinviamo i nostri lettori alle prossime pubblicazioni sull'argomento.

 

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