ISSN 2039-1676


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11 aprile 2013 |

Il Tribunal Supremo spagnolo sulle ricadute interne del caso Del Rio Prada in materia di irretroattività  delle modifiche peggiorative del trattamento penitenziario

Nota a Tribunal Supremo, Sala de lo Penal, sent. 8 febbraio 2013, n. 101.

Per accedere alla sentenza Del Rio Prada c. Spagna e alla relativa scheda pubblicate sulla nostra Rivista, clicca qui.


Il Tribunal Supremo interviene nuovamente sulla vexata quaestio della c.d. doctrina Parot con una pronuncia che, tuttavia, non mette certamente un punto definitivo su di una problematica rispetto alla quale dovrà presto pronunciarsi la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell'uomo.

Viene denominata doctrina Parot quella soluzione interpretativa accolta per la prima volta dallo stesso Tribunal Supremo con la sentenza n. 197/2006 secondo cui la quota di pena da scontare prima di accedere al beneficio penitenziario della redención de penas por el trabajo deve essere calcolata sulla base del numero di anni di reclusione inflitti per tutti i reati per i quali l'imputato viene condannato, prima della riduzione di tale pena al limite massimo di trent'anni di reclusione previsto dal codice penale. Tale mutamento giurisprudenziale, rispetto a soggetti pluricondannati per reati di matrice terroristica a pene complessive che ammontano spesso a centinaia o migliaia di anni di reclusione, si è risolto di fatto nell'esclusione (retroattiva) della possibilità di accesso alla misura alternativa per tutti questi condannati.

Con una pluralità di arresti, sollecitati da altrettanti recursos de amparo, il Tribunal constitucional ha sempre escluso che tale svolta interpretativa abbia configurato una violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione spagnola e, in particolare, del principio di legalità delle pene, dei canoni di tutela giudiziale effettiva e di uguaglianza, così come della finalità rieducativa della pena[1]. Tuttavia, con la sentenza della Terza Sezione, Del Rio Prada c. Spagna del 10 luglio 2012, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha ravvisato nell'applicazione della doctrina Parot una violazione dell'art. 7 Cedu, dato che il mutamento delle regole dell'esecuzione penale - che rileva sul piano dell'esigenza di "prevedibilità" del diritto anche se realizzatosi per via giurisprudenziale - si è tradotto in un sostanziale inasprimento retroattivo della pena.

Di fronte ad una riproposizione delle medesime doglianze[2], con la sentenza in commento il Tribunal Supremo conferma la propria posizione, incentrata soprattutto sull'argomento che il periodo di detenzione da scontare in concreto rimane comunque contenuto nell'ambito della pena determinata all'esito del giudizio di cognizione (e prevista dalla legge, ossia trent'anni) e che la diversa interpretazione delle modalità di applicazione della redención de penas non è da ritenersi arbitraria (non vi sarebbe, nei termini dei giudici spagnoli, un irragionevole "volutarismo selectivo").

Nell'argomentare in tal senso, il Tribunal Supremo richiama proprio le diverse decisioni del Tribunal constitucional ma, d'altra parte, non può fare a meno di confrontarsi con la presa di posizione della Corte di Strasburgo. Da questo punto di vista, la pronuncia si rivela in un certo senso deludente, atteso che i giudici spagnoli - anziché rispondere agli argomenti utilizzati dai giudici di Strasburgo e tentare, così, di influenzare il prossimo giudizio della Grande Chambre - si limitano ad osservare che la sentenza della Corte europea, per l'appunto, non è definitiva[3], richiamando in merito le recenti decisioni con le quali, sulla base del medesimo presupposto, il Tribunal constitucional ha negato la sospensione provvisoria dell'esecuzione della pena che era stata sollecitata in diversi recursos de amparo interposti successivamente alla pubblicazione della sentenza Del Rio Prada. Da sottolineare, peraltro, che nella sua opinione dissenziente, il giudice Joaquìn Gimenéz Garcìa si discosta dall'orientamento della maggioranza del collegio e aderisce sostanzialmente alla posizione espressa dalla Corte europea.

Per quanto detto, invero, l'impressione è che entrambe le giurisdizioni superiori spagnole siano restate in attesa della parola definitiva dei giudici di Strasburgo. Da questo punto di vista, può risultare comprensibile la scelta del Tribunal Supremo di limitarsi a ribadire (alquanto sinteticamente) gli argomenti a sostengo della propria posizione e di non spingersi sino a criticare apertamente il ragionamento della Corte europea, così da evitare uno "scontro frontale" tra Corti che si verrebbe altrimenti a palesare qualora la Grande Chambre dovesse confermare la pronuncia di condanna emessa dalla Terza Sezione.

 


[1] Per una sintesi della posizione del Tribunal Constitucional, si veda il monitoraggio delle Corti straniere pubblicato in Ius17@unibo.it, n. 1/2012, p. 76 ss..

[2] Nell'ordinamento spagnolo, infatti, la ritenuta violazione dei principi costituzionali costituisce una delle ipotesi in cui è ammesso in ogni caso il ricorso per cassazione davanti al Tribunal Supremo (artt. 5.4 della Ley Organica del Poder Judicial e 852 della Ley de Enjuiciamiento Criminal), il che consente l'instaurazione di un giudizio che risulta strutturalmente analogo al recurso de amparo presso il Tribunal Constitucional.

[3] L'udienza di fronte alla Grande Camera, dopo l'accoglimento dell'appello proposto dal governo spagnolo, si è tenuta il 20 marzo 2013. La registrazione audiovisiva della stessa è disponibile sul sito della Corte