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8 marzo 2013 |

R. Bianchetti, Mass media, insicurezza sociale e recenti orientamenti di politica penale. Un'analisi criminologica sull'interazione tra sistemi comunicativi e processi di reazione sociale, Unicopli, 2012.

Recensione

Nel 1837 Hans Christian Andersen inserì in un volume di racconti per bambini una breve fiaba ispirata alle trecentesche narrazioni morali esposte dal feudatario e d’uomo d’armi Don Juan Manuel nel ‘Libro de los enxiemplos del Conde Lucanor et de Patronio’, opera fondamentale della narrativa spagnola in lingua ‘volgare’ del XIV secolo.

Caratterizzato dallo stile colloquiale e apparentemente ingenuo che contraddistingue gli scritti per l’infanzia di colui che è considerato il padre danese della favola moderna, lo svolgimento della fiaba dal titolo ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’ è universalmente noto nel suo sviluppo e nelle sue conclusioni. Un sovrano, assecondando vanitosamente le assicurazioni di due imbroglioni spacciatisi per sarti sopraffini, decide di farsi confezionare abiti con una stoffa pregiatissima che avrebbe la caratteristica di mantenersi invisibile agli occhi degli stupidi. Essa potrà all’opposto essere vista soltanto dagli uomini di valore che, mostrando di saper apprezzare ciò che agli altri non si dà neppure a vedere, evidenzieranno con ciò di meritare le cariche loro assegnate.

Percependo quel che per altri è inaccessibile, l’imperatore potrà così affermare la sua indubitabile qualità regale ed i funzionari potranno essere stimati nelle loro capacità avendo garanzia di conservazione del proprio impiego. Allo sfarzoso corteo pubblico l’imperatore, assiso sotto il baldacchino e indossante i nuovi paramenti confezionati con la miracolosa stoffa, ebbe peraltro conferma unanime della propria sontuosità ricevendo da tutto il popolo festante lodi di ammirazione per le sue vesti.

Soltanto un grido fuori dal coro, quello di un bambino: “Ma non ha niente addosso!”. Alla prima sensazione di sconcerto, il re rispose con ferma risoluzione e, raddrizzandosi ancor più fiero, proseguì nella sua parata trionfale seguito dai ciambellani indissolubilmente intenti a reggere lo strascico che non c’era.

Il re è nudo, viva il re!

A quasi duecento anni di distanza dalla stesura di questo piccolo gioiello favolistico, la questione del rapporto tra rappresentazione e consistenza del rappresentato ha assunto una posizione nevralgica nei sistemi sociali contemporanei attraversati dalla pervasività dei processi comunicativi retti sulla produzione iconografica.

Ciò che si pone attualmente come punto di snodo per ogni istanza decisionale e in tutte le declinazioni operazionali è la distinzione tra apparizioni rette su sé stesse che dicono di sé senza uscire dalla propria immagine e fenomeni dei quali può dirsi qualcosa in ragione di una sussistenza eccedente il puro atto di nominazione o di figurazione.

Detto in altre parole: ciò da cui non si può più prescindere è l’analisi del rapporto tra ciò che è fatto esistere perché si dice della sua esistenza e ciò che è fatto esistere perché proveniente da percorsi di apparizione diversamente qualificati.

Non è uno snodo da poco poiché le conseguenze che si determinano assumendo l’una o l’altra forma di esistenza sono di ordine molto pratico nelle prospettive di una comunità ed hanno a che fare con il campo giuridico, quello sociale, quello politico, ma anche con quello economico ed addirittura con quello della vita quotidiana delle persone.

Una piccola biforcazione e poi, con modalità e risultati tra loro profondamente diversi a seconda che prevalga l’una o l’altra forma di rappresentazione, si possono costruire attori sociali, far emergere fenomeni di costume, destare allarmi pubblici, dirottare risorse economiche, orientare scelte politiche, sostenere provvedimenti legislativi, allestire le qualità del vivere e del sentire comuni. La piccola biforcazione è una sorta di ‘atto genealogico’ dell’esistente. O tale esistente proviene dalla processualità comunicativa che ha reso irrilevante la nudità del re elevando il suo ‘vestito nuovo’ ad oggetto reale, o tale esistente proviene dal grido del bambino.

La questione non è quella di stabilire lo statuto di verità dell’enunciato, quasi si dovesse ‘smascherare’ il falso a favore del ‘vero’. Ben oltre: la posta in gioco è quella di comprendere le modalità di produzione degli eventi che hanno la capacità di costruzione del reale, siano essi eventi empiricamente verificabili o, all’opposto, accidenti del tutto immaginari.

Insomma: se il re nudo afferma di essere riccamente vestito e l’ambiente attorno a lui accoglie tale affermazione trattandola per vera, essa esprime la stessa forza costituente che potrebbe sprigionarsi dalla enunciazione contraria, pur essendo quest’ultima effettivamente corretta.

Ciò che distingue l’una e l’altra struttura enunciativa non è il substrato materiale presente in una ed assente nell’altra, ma la diversa processualità comunicativa, dalla quel derivano difformi strutture linguistiche. È come se si dispiegassero due linguaggi possibili, ugualmente validi nella loro articolazione interna, ma caratterizzati da segni tra loro alteri in grado di produrre mondi inconciliabili.

Non trattandosi evidentemente di problema ristretto al piano della linguistica, l’analisi dei processi comunicativi che si esprimono ai nostri giorni è squisitamente di ordine interdisciplinare e deve avvalersi dei contributi comparati provenienti dagli studi semiotici, dalle scienze sociali, dai saperi giuridici e dalle discipline psicologiche.

In tale complessa ma necessaria direzione di ricerca è orientato il lavoro di Bianchetti ‘Mass media, insicurezza sociale e recenti orientamenti di politica penale’, che già nel sottotitolo chiarisce il proprio approccio metodologico richiamando la multidisciplinarietà insita nelle analisi criminologiche ed azionandola nello studio dell’interazione tra sistemi comunicativi e processi di reazione sociale. 

Il contributo di Bianchetti prende spunto da una ricerca empirica effettuata con somministrazione di questionario semi-strutturato ad un campione di 700 soggetti per la rilevazione delle percezioni e delle conoscenze in merito al ruolo dei media con particolare riferimento al rapporto tra fenomeni criminali, politiche di giustizia e loro rappresentazioni mediatiche.

Dai risultati dell’indagine emerge come, accanto ad un’elevata considerazione dell’utilità sociale dei media, appaia l’opinione sostanzialmente unanime che l’informazione mediatica sia condizionata e fortemente condizionante, pur non riscontrandosi poi un uguale dimensionamento quantitativo in coloro che sostengono che vi sia un’amplificazione mediatica dell’allarme sociale in merito ai fenomeni delinquenziali non retta su riscontri oggettivi.

Per quanto interessanti i dati della ricerca, che non si reputa opportuno sottoporre a puntuale disamina in questa sede, essa appare piuttosto una sorta di occasione facilitatrice per l’esposizione significativamente approfondita ed argomentata del ruolo svolto dai media nella costituzione dei rapporti sociali, con particolare attenzione alle tematiche della sicurezza nel rapporto tra opinione pubblica e criminalità, ‘dove la realtà rappresentata dai media si sovrappone a quella reale e dove l’esperienza è sempre più priva di significato in quanto tutti fanno riferimento ai media per costruirsi un’immagine del mondo a cui ispirare il proprio agire nella realtà’.

In tale contesto, la conoscenza  e la pubblica opinione intorno alla giustizia penale paiono fondarsi su rappresentazioni collettive piuttosto che su un’informazione adeguata, disegnando con ciò una immagine di ‘criminalità culturalmente connotata’ nella quale la figura del ‘nemico’ rappresenta l’elemento attrattore in grado di auto-legittimare istanze volte all’esercizio di una ‘protezione rafforzata’ da esprimersi anche con misure di sicurezza antecedenti all’effettiva offesa dei beni giuridici. 

L’Autore analizza di conseguenza i dati statistici sull’andamento della criminalità degli ultimi 15 anni ed offre l’occasione di un confronto sulle variazioni registrate nei fenomeni delinquenziali nel periodo preso ad esame, pur nella esplicitata consapevolezza della ridotta attendibilità degli indici statistici ufficiali anche in ragione della frequente variazione nel tempo del sistema di classificazione, della non rigorosa modalità di acquisizione dei dati e dalla consistenza del ‘numero oscuro’.

A fronte della evidente non corrispondenza tra crescita dell’allarme sociale nei confronti della criminalità ed effettivo innalzamento dei tassi di commissione dei delitti, è quindi possibile sottolineare, anche facendo riferimento ad interessanti ricerche criminologiche specifiche tra le quali è da segnalarsi quella effettuata da Forti e Redaelli,  l’ingerenza sulla percezione del fenomeno delinquenziale determinata dalla sovrabbondanza informativa disancorata dall’effettività dei fenomeni rappresentati.

A conclusione della comparazione degli andamenti della criminalità secondo le fonti statistiche ufficiali, l’Autore può quindi esporre in rassegna gli studi ed i paradigmi utilizzati dalla ‘communication research’ nell’analisi dei rapporti intercorrenti tra informazione mediatica, diffusione del sapere e persistenza stereotipata dei pregiudizi. 

Le riflessioni conclusive cui conduce il lavoro di Bianchetti, prudentemente e correttamente poste dall’Autore in termini di apertura verso successivi approfondimenti, sono di tre ordini.

Da una parte vi è la confermata propensione dei mass media a condizionare la percezione collettiva dei fenomeni sociali, tanto da operare ‘nell’attualità come potenti strumenti di fabbricazione del consenso sociale e come incisivi fautori dello sviluppo della cosiddetta cultura del controllo’.

In secondo luogo, è provata la specifica capacità di condizionamento mediatico riferito all’esaltazione di risposte prevalentemente emotive di stampo privatistico, corrispondenti  alla diffusa sensazione di insicurezza presente nella collettività in Italia, pur a fonte dei valori di criminalità registrati al livello più basso nel panorama europeo.

Infine, vi è il raffronto tra tali aspetti e i risultati apportati dalla ricerca effettuata, nella quale gli assunti sopra argomentati trovano riscontro empirico.

Il fatto che tali ‘aspetti accertati’ non siano in sé inaspettati o sorprendenti, offre un ulteriore elemento di interesse per il lavoro di Bianchetti, il quale non ha inteso cercare l’inattesa scoperta’, ma piuttosto argomentare con rigore e profondità quanto pare essere di dominio pubblico senza peraltro essere allo stesso tempo di ‘patrimonio pubblico’.

In particolar modo non possono considerarsi affatto di pubblica consapevolezza gli effetti della paura del crimine sugli aspetti della vita quotidiana e degli interventi sociali attuabili, laddove la figura del ‘capro espiatorio’ appare costitutiva di  un nemico pubblico effimero ma potente, capace di focalizzare l’interesse della collettività verso un presunto alieno da cui restare perennemente all’erta, lasciando con ciò ampio margine di intervento per operazioni di controllo diffuso e di regolazione potenzialmente autoritaria della vita sociale.

L’Autore riconosce quindi l’attualità e la cogenza delle analisi proposte da Marinucci, il quale intravede sulla linea dell’orizzonte la sagoma di un ‘paradigma preventivo’, ossia di un ‘modello di diritto penale della prevenzione di fatti non ancora commessi e della pericolosità dei loro autori che, nell’ottica sempre della sicurezza, sposta l’accento delle incriminazioni penali dall’evento lesivo alla condotta pericolosa, dalla colpa al rischio, dai beni da proteggere al disvalore dell’azione, dal fatto offensivo agli autori pericolosi’.

A fronte delle pervasività dei processi storico-sociali messi in gioco con tali determinazioni, del tutto condivisibile è l’espressa intenzione di Bianchetti di continuare nelle ricerche criminologiche sul solco tracciato dal presente lavoro, potendosi senz’altro individuare nello sfondo alcuni piani di approfondimento particolarmente suggestivi, tra i quali l’analisi delle trasformazioni nelle percezioni del pericolo associato alla delinquenza sostenute nei processi di comunicazione dei new media orizzontali. Un'altra prospettiva che pare feconda di sviluppi è riferita al possibile dialogo tra studi criminologici e analisi socio-semiotiche sulle ‘iperseduzioni’ delle marche, laddove è riconosciuta alla fabbricazione della ‘marca’ non solo la vocazione designativa commerciale, ma bensì la capacità di produrre significati totalizzanti dispiegando esercizi di potere e prospettive strategiche di governo delle popolazioni.

Un apparato di note particolarmente ricco nonché consistenti riferimenti bibliografici e sitografici rendono ancor più apprezzabile ed utile per gli studiosi il presente lavoro, siano essi operatori del diritto, della criminologia, della comunicazione o delle altre discipline psico-sociali attraversate dallo studio testè recensito.

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Nota redazionale: l'Autore del volume qui recensito è ricercatore di Criminologia presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche "C. Beccaria" dell'Università degli Studi di Milano