ISSN 2039-1676


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29 ottobre 2012 |

Due anni di vita: un breve bilancio, e qualche prospettiva per il futuro

Editoriale

 

1. Siamo dunque arrivati alle soglie del nostro secondo compleanno: erano i primi di novembre del 2010 quando iniziammo le pubblicazioni di Diritto penale contemporaneo. Un'iniziativa nata quasi per gioco, a partire da un'idea di Luca Santa Maria - editore e finanziatore della testata - e animata da un piccolo drappello di persone, tutte in origine collegate in vario modo con il Dipartimento Cesare Beccaria dell'Università di Milano. Per di più, il drappello era in gran parte composto da giovani appena laureati (tra cui in particolare i preziosissimi segretari di redazione 'storici' Anna Liscidini e Alberto Aimi, e poi Angela Colella, Lodovica Beduschi, Stefano Zirulia, Alessandra Verri), ai quali si era aggiunto, all'ultimo istante, Guglielmo Leo: un signore, diciamo così, con un po' più di esperienza, che riversò immediatamente nella nostra Rivista, con l'entusiasmo di un bambino alle prese con un nuovo giocattolo, la sua insuperabile conoscenza del diritto e della procedura penale 'vivente', ed assieme le sue straordinarie doti didattiche - affinate in molti anni di lavoro nel campo della formazione permanente della magistratura -, che riescono notoriamente a far apparire semplici e facilmente dominabili dal lettore anche le questioni giuridiche più complesse.

L'idea di base, lo abbiamo scritto tante volte, era quella di creare un luogo per una discussione trasversale - in particolare tra accademia, magistratura, avvocatura, ma anche tra scienza e diritto - sulle questioni cruciali e sulle sfide che la giustizia penale deve oggi affrontare. Si trattava evidentemente di una scommessa, da parte di una rivista anomala - esclusivamente on line e ad accesso gratuito, e interamente basata su cooperazioni non retribuite -, che poteva sì contare su un comitato scientifico di indiscusso prestigio (Giorgio Marinucci, Emilio Dolcini, Novella Galantini), ma la cui vita quotidiana sarebbe stata affidata - oltre che a Guglielmo - a un direttore del tutto inesperto e accademicamente poco più che novellino (il sottoscritto), e a un vicedirettore intelligente e assai preparato, ma ahimè ancora più giovane (Gian Luigi Gatta).

Il successo ottenuto è stato però lusinghiero: lo possiamo dire con un pizzico di orgoglio. Non solo in relazione alla diffusione della nostra Rivista, che ha oggi una media di circa 4.000 visite giornaliere (da parte di circa 3.000 persone diverse) e di oltre 80.000 visite su base mensile (da parte di circa 45.000 persone diverse), un numero consistente delle quali proviene dall'estero - dati che la rendono di gran lunga la rivista penalistica più letta in Italia. Ma anche, e soprattutto, in relazione alla qualità dei materiali pubblicati, che spaziano dai provvedimenti giudiziari di cui si sta discutendo in quel momento sui giornali alle riflessioni dei professori e dei magistrati più prestigiosi nel nostro paese su ciò che sta accadendo nel sistema penale italiano: sui suoi problemi di fondo, così come sulle mille difficili questioni che impegnano quotidiamente i nostri tribunali e le nostre corti.

E quel dialogo tra i diversi attori del sistema penale, che sin dai primi editoriali avevamo auspicato e che si è in effetti sviluppato sulla nostra Rivista, ha dato in effetti frutti importanti, dei quali siamo ancora più orgogliosi. Appena nata, Diritto penale contemporaneo divenne un luogo di confronto (e anzi di scontro vivace) di dottrina e prassi sugli effetti della direttiva rimpatri dell'UE sul vigente diritto penale dell'immigrazione, svolgendo in effetti un ruolo decisivo nel promuovere quella riflessione collettiva presso la magistratura italiana che sfociò nella sentenza El Dridi della Corte di giustizia: il cui effetto, come è noto, è stata la pratica eliminazione dal nostro ordinamento dell'odiosa incriminazione dell'inottemperanza dello straniero all'ordine di allontanamento intimatogli dal questore, con ricadute significative anche nell'ambito di altri ordinamenti europei. In tempi più recenti, Diritto penale contemporaneo è stato teatro di una serrata riflessione - svolta nei ritmi serrati consentiti da internet - su una delicata questione relativa alle ricadute della sentenza Scoppola della Corte di Strasburgo sul nostro ordinamento, che ha certamente fornito più di uno spunto alla relativa decisione delle Sezioni Unite.

Nel frattempo, il nostro comitato di direzione si è ampliato sino a comprendere docenti e magistrati della più diversa provenienza geografica; e alla rivista quotidiana si è affiancata una Rivista trimestrale in formato PDF, destinata a raccogliere in forma definitiva i contributi di maggiore spessore scientifico. E molti sono i nuovi progetti che ci piacerebbe ancora coltivare - a cominciare dalla maggiore apertura internazionale che vorremmo conferire in futuro alla nostra Rivista, soprattutto pensando alla vasta platea dei nostri potenziali interlocutori nel mondo di lingua spagnola -, se non ci verranno meno le forze per proseguire, assieme al nostro editore, questa impresa dalla quale nessuno di noi ricava un centesimo, ma nella quale investiamo quasi tutto il (poco) tempo lasciato libero dai rispettivi impegni lavorativi e familiari.

Un'impresa nella quale abbiamo creduto, in fondo, semplicemente perché ci pareva potesse costituire il nostro modo per contribuire alla tutela dei diritti fondamentali della persona nel, e attraverso il sistema penale, riguardato nel prisma della Costituzione, della Convenzione europea e del diritto dell'Unione. Un modo, adeguato alle nostre specifiche competenze e formazione, per contribuire in particolare alla tutela dei diritti dei più deboli, che non sempre dispongono di difese tecinche agguerrite: degli immigrati 'irregolari', dei detenuti ammassati nelle carceri italiane, ma anche delle vittime di reati odiosi (dalle vittime senza nome della corruzione dilagante dei funzionari pubblici sino ai manifestanti picchiati e umiliati della Diaz e di Bolzaneto), che il diritto penale dovrebbe saper difendere assai più efficacemente di quanto purtroppo sia in grado di fare oggi.

 

2. Proprio attorno a questo orizzonte ideale - il diritto e lo stesso processo penale come luogo di affermazione dei diritti della persona - è nata l'idea del primo convegno organizzato da Diritto penale contemporaneo, in collaborazione con la Camera Penale di Milano e con Magistratura Democratica: con la volontà, ancora una volta, di gettare un ponte tra accademia, avvocatura e magistratura sul terreno comune della tutela dei diritti.

Il convegno ("Garanzia dei diritti fondamentali e processo penale": clicca qui per accedere alla locandina) si svolgerà nell'aula magna del Palazzo di Giustizia di Milano in tre sessioni distribuite nelle giornate di venerdì 9 e sabato 10 novembre, con tre presidenze di assoluto prestigio, che profondamente ci onorano: Valerio Onida, Presidente emerito della Corte costituzionale; Giovanni Canzio, Presidente della Corte d'Appello di Milano; Ernesto Lupo, Presidente della Corte di Cassazione.

La prima sessione sarà dedicata al recupero delle garanzie dei diritti fondamentali dell'individuo nella fase di ricerca e assunzione della prova, a fronte della capacità invasiva delle nuove forme di indagine (rispetto all'indagato ma anche di intere collettività: si pensi a tenciche come lo screening di massa, le intercettazioni 'a tappeto', le vidoeriprese, etc.), a tutt'oggi immerse in una situazione di totale o parziale anomia, ovvero (come nel caso delle intercettazioni) disciplinate in modo da non garantire, verosimilmente, un tollerabile equilibrio tra tutela dei diritti individualied esigenze dell'accertamento penale.

Nella seconda sessione il tema sarà quello delle garanzie del diritto di difesa nell'ambito del processo, rispetto al quale è agevolmente osservabile oggi una tensione sempre più scoperta tra la proliferazione formale di diritti dell'imputato (e connesse sanzioni processuali) e la sindrome reattiva manifestata dalla giurisprudenza, anche attraverso la riscoperta della categoria dell'"abuso del processo". Quali equilibri, in questo quadro, possono e devono essere ricercati e perseguiti per conservare le garanzie reali del diritto di difesa, a fronte di queste tensioni, figlie probabilmente della nefasta contrapposizione tra avvocatura e magistratura che abbiamo ereditato da questi ultimi difficili decenni della nostra storia nazionale?

Infine, nella terza sessione il processo penale sarà riguardato come luogo di tutela dei diritti pregiudicati dalla condotta criminale - della vittima individuale o dell'intera collettività titolare del bene giuridico leso. Una funzione, questa, spesso trascurata dai cultori del diritto penale processuale, ma sulla quale richiama costantemente l'attenzione la giurisprudenza della Corte dei diritti dell'uomo, nonché, ancor prima, la giurisprudenza della Corte costituzionale. Una funzione che rivolge al processo un imperativo di effettività nel saper produrre accertamenti di responsabilità, e che è oggi seriamente ostacolata dal vigente assetto normativo della prescrizione del reato, che impedisce sistematicamente gli accertamenti o travolge quelli già compiuti anche in relazione a fatti di reato gravissimi, indebolendo così gravemente la funzione generalpreventiva della norma penale e frustrando le legittime istanze di tutela delle vittime (si pensi, ancora una volta, al caso della scuola Diaz, conclusosi - nonostante il compiuto accertamento dei fatti, confermato integralmente dalla Cassazione - con un flagrante diniego di giustizia nei confronti delle vittime di gravissime violenze per effetto della falcidia della prescrizione). Urge, dunque, ripensare de iure condendo alla prescrizione: in un disegno di riforma che sappia però coniugare l'esigenza di maggiore effettività nell'applicazione della legge penale con l'altrettanto ineludibile esigenza di individuare un rimedio alternativo (ulteriore rispetto al mero risarcimento pecuniario) per l'irragionevole durata del processo penale, oggi di fatto sanzionata (ma con molti indesiderabili effetti collaterali) proprio ad opera della prescrizione.

Di tutto ciò si parlerà nel convegno milanese, in un format il più possibile informale e dialogico, imperniato in ogni sessione attorno ad una relazione introduttiva di un accademico seguita da una tavola rotonda, con più 'giri' di interventi, alla quale parteciperanno sempre un avvocato, un giudice e un pubblico ministero in rappresentanza delle diverse categorie degli 'attori' reali del nostro sistema penale. All'evento saranno attribuiti 10 crediti formativi per gli avvocati.

 

3. Mi fermo qui, per non tediare oltre: non senza però aver rivolto un affettuoso ringraziamento - a nome anche dell'editore, del comitato scientifico e dell'intera direzione -  a tutti i lettori che ci hanno seguito sino a questo momento, e che vorranno condividere anche nel futuro il nostro orizzonte ideale.