ISSN 2039-1676

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18 maggio 2017 |

La riforma dell’appello, tra malinteso garantismo e spinte deflative

A proposito dell’imminente varo del d.d.l. C 4368 (e dei recenti interventi delle Sezioni Unite)

Il presente contributo è stato sottoposto in forma anonima, con esito favorevole, alla valutazione di un revisore esperto.

 

Abstract. Pare proprio che, questa volta, dovremo dire addio all’appello così come configurato nel codice Vassalli. La riforma Orlando marcia ormai a tappe forzate verso l’approvazione e tra le (molte, eterogenee) novità che porta con sé ci sono anche disposizioni che muteranno in profondità i connotati del secondo grado di giudizio. Il disegno strategico è ambizioso: assicurare la piena “conformità convenzionale” del mezzo e, allo stesso tempo, decongestionare le Corti. Il risultato – che evidenzia un (non sorprendente, per la verità) continuum tra legislatore e cassazione – è però nel complesso assai deludente. Premesse errate, quanto a portata dei dicta di Strasburgo e a natura e funzione del mezzo, fondano soluzioni che ingigantiscono il giudizio senza migliorarne la qualità, e al contempo ne rendono più difficile l’accesso, irrigidendo le condizioni di ammissibilità.

 

SOMMARIO: 1. Luoghi comuni. – 2. Il disegno strategico, dalla Commissione Canzio al “maxiemendamento”. – 3. La “prova viva”, anche in secondo grado. – 3.1. Troppo… – 3.2. …e troppo poco. – 4. La selezione in entrata degli appelli: il filtro sui motivi. – 4.1. Bersaglio mancato (ma il filtro ormai resterà…). – 5. Gli altri congegni deflativi. – 6. Elogio dell’appello, sicut erat.